Animali mitici nell’immaginario mediterraneo e del vicino oriente

grifone

di Beppe Fornara

Il corso dello sviluppo delle culture e civiltà uma ne si è accompagnato col manifestarsi di racconti e leggende, in origine molto semplici, che derivavano , probabilmente, anche dal tentativo dell’uomo di giustificare in qualche modo fatti ed avvenimenti n on spiegabili. Tramandate a livello orale per innumerevoli generazioni subirono, con il passare d el tempo, numerose evoluzioni, rielaborazioni e varianti. Arrivò così a crearsi, un po’ per tutte l e civiltà, un “corpus” mitologico che, con l’invenzio ne della scrittura, fu annotato e diffuso continuando però ad avere ulteriori sviluppi. I personaggi di queste epopee: dei, semidei, eroi umani, dovevano di solit o affrontare terribili prove e combattimenti con l’ai uto o il contrasto di altri dei, esseri semiumani o cre ature mostruose.

La Chimera di Arezzo.

Sicuramente il più famoso e il più antico di questi nuclei di leggende mitiche è il Ciclo delle gesta di Gilgamesh (in accadico) o Bilgamesh (in sumerico ). Secondo la lista reale sumerica si trattava di un re della città stato di Uruk, ma anche di una di vinità. Il ciclo, chiamato poi, in epoca classica babilonese, Epopea di Gilgamesh , deriva da racconti mitologici almeno di epoca sum erica, se non addirittura precedente, rielaborati in seguito nell ’ambito delle culture Semitiche. Sono pervenuti sino a noi dei frammenti del ciclo sumerico lettera rio ancestrale, mentre la versione più organica è stata redatta su dodici tavole di argilla, in lingu a accadica: esse sono state rinvenute nel corso deg li scavi effettuati tra i resti della biblioteca uffic iale della reggia del re Assurbanipal, nel sito dell’antica capitale dell’impero assiro: Ninive. Dovrebbero datarsi in un periodo che può essere collocato tra il X ed il IX secolo a.C.; l’opera è attribuita all’esorcista e scriba cassita Sinlegiunninni.

L’altro grande “scrigno” che raccoglie tra i più antichi racconti, epopee e leggende delle tradizioni mediterranee ( e del vicino orient e) si concretizza nella Mitologia Greca ove la fantasia umana si manifesta in una mai più raggiunt a varietà di creature ed esseri composti di tutte le mostruosità possibili ed immaginabili. Tra essi possiamo individuare esseri “senzienti” quali le sirene, i fauni, i sileni, i silvani, i centauri, l e gorgoni ed altri essenzialmente animali o mostruo si quali la chimera, i grifoni, le manticore, ecc.

I Miti dell’Antico Egitto, anch’essi molto antichi, che narrano le gesta degli dei, hanno una tradizione ove non si trovano vere e proprie manife stazioni mostruose. Esistono divinità con aspetto composito (teste di animali su corpi umani) oppure loro aspetti completamente animali – ricordiamo, solo per citarne una, il dio solare Ra, che è raffigurato in forma umana con testa di falc o sormontata dal disco solare oppure anche come falco sempre con il disco solare sul capo. Anche Apophi, il “mostro del caos” per antonomasia nella Civiltà Egizia, è raffigurato come un semplice gigantesco serpente che tenta di contrasta re l’ordine costituito dell’universo personificato dal dio Ra.

Una storia a parte è quella della sfinge, con aspet to e connotazioni benevole nella civiltà egizia e assai differenti in quella greca (come vedremo). Si può affermare che l’unica eccezione era la dea Aam (o Amam o Ammit ): si trattava veramente di un’entità mostruosa con capo di coccodrillo, zampe anteriori e parte anteriore del corpo di leon e, folta criniera, zampe e parte posteriore quale ippopotamo. Quando l’anima del defunto si presentav a al giudizio dei 42 dei, presieduti da Osiride, signore dell’aldilà, veniva pesata sulla sacra bila ncia e, se il risultato si dimostrava sfavorevole (ossia l’anima risultava più pesante della piuma de lla verità e giustizia posta sull’altro piatto) ess a era data in pasto alla mostruosa dea Aam che provve deva a “cancellare” così in modo totale l’entità spirituale del defunto. I Lamassu o Shedu erano presenti già in epoca molto antica in varie civiltà mesopotamiche. Considerati spiriti protettori e benefici erano posti quali statue agli ingressi delle residenze reali o come bassorilievi lungo le mura di cinta dei palazzi reali. Di solito avevano un corpo alato di toro o leone con testa umana sormontata da un elaborato copricapo. Si consolidava così in questo essere composito la saggezza superiore di una entità spirituale (angelo), l’intelligenza dell’uomo e la forza di un animale possente (leone o toro).

Il Museo del Louvre ospita due sculture di lamassu che risal gono al VII secolo a,C. . Ritrovate a Dur Sharrukin, all’esterno del palazzo del re Sargon II . Ricavate ambedue da blocchi di alabastro di oltre 4x4 metri, sono tra i migliori lavori sia com e dimensioni che accuratezza di esecuzione. Queste creature fantastiche influenzarono certament e l’evolversi di nuove entità mitiche nelle successive civiltà del vicino oriente e dell’antica Grecia. La Sfinge egizia era composta da un corpo leonino e volto umano. La più conosciuta è quella gigantesca situata nella piana di Giza che affianca il camminamento tra il tempio a valle e quello a monte del complesso funerario della piramide del fa raone Kafra (Chefren). Il volto dovrebbe riprodurre le fattezze del faraone stesso.

Secondo l’iscrizione del faraone Amenhotep II il nome di questa sfinge era Hor-em-Akhet ( Horo che è all’Ori zzonte) , in greco Harmakis, confermando così il suo carattere solare. Il faraone Tuthmosis IV si rivolge ad essa con il nome Khepri-Ra-Atum, cioè i tre aspetti del sole durante il percorso diurno n ella sua barca solare, dal suo sorgere al tramonto. La posizione della grande sfinge presenta il volto che guarda al sole nascente ed è indubbio che il suo culto fosse legato all’astro dispensatore di lu ce e forza vitale.

La grande sfinge era meta, già in epoca faraonica, di grandi pellegrinaggi di genti a rrivate anche da luoghi assai distanti. Gli scavi archeologici effettuati nei dintorni del colosso ha nno portato alla luce varie tavolette ex voto munit e di orecchie, avendo il dio solare (la sfinge) esaud ito le richieste dei fedeli. Per le sue caratterist iche legate al dio sole Ra (di cui il faraone era figlio e suo rappresentante sulla terra) probabilmente er a doveroso scolpire statue in forma di sfinge con il capo umano recante le fattezze del sovrano regnante. Infatti ne sono state ritrovate parecchie , fra le altre, della regina Hatchepsut, Amenhemat III, Amenhotep III ecc.

Nel Nuovo Regno (1540 – 1070 a.C.) si diffuse anche l’immagine della sfinge femminile, detta “Siriana” con caratteristiche asiatiche ed alata. Sotto questo profilo è interessante la raffigurazione della regina Tii (Prima Consorte Reale del faraone Amenhotep III) nell’aspetto di sfinge femminile, il che confermerebbe la sua origine non egiziana ma asiatica, sui bassorilievi della tomba di Kheruef a Tebe. D’altro canto anche gli invasori Hyksos vollero le loro sfingi: una in miniatura, attualmente al British Museum, fu eseguita in avorio e mostra uno degli invasori Hyksos, distinguibile per le caratteristiche razziali, che tiene fra gli artigli un egiziano. Sono stati anche ritrovati numerosi ciondoli in for ma di sfingi-amuleti in vari tipi di materiali qual e forma di protezione e benevolenza divina. L’immagi ne della sfinge si diffuse in tutto il bacino del mediterraneo e in Asia Minore, generando ulteriori leggende. In Egitto si trovano però anche altri tipi di sfingi, con il capo di ariete (animale lega to al culto del dio Amon di Tebe) e con il capo di falco (rapace sacro al culto del dio Ra, del dio Ho ro e del dio Montu).

Gli Elleni ebbero scambi commerciali e culturali co n l’Egitto sin dall’età del bronzo. Da un punto di vi sta scultoreo la Sfinge greca risulta presente sia nel periodo miceneo che in quello minoico; in entrambi queste fasi storiche le rappresentazioni s ono sia maschili che femminili. Solo successivamente la figura femminile prese il sopravvento. Inizialmente poteva essere alata o attera, con barba, con zampe di altri animali oltre al leone; Erodoto specifica la maschilità di alcune sculture di sfingi. La sfinge divenne alata e femminile solo dal VI secolo a.C. U na coppa del 550-540 a.C. prodotta da Glaukytes ed Archikles mostra sfingi femminili alate con accanto il nome ΣΦΙΧΣ . Sfinge è un nome greco che in Egitto si cominciò ad usare per queste statue ancor a prima che Alessandro Magno occupasse la regione. Erodoto coniò i nomi “ ieracosfinge ” per quelle a testa di falco e “ criosfingi ” per quelle a testa di ariete. Nella mitologia greca era consider ata un demone di distruzione e mala sorte. Compare per la prima volta nel mito di Edipo come d escritto da Esiodo con il famoso indovinello. Sebbene l’etimologia della sfinge possa fare pensar e alla strangolatrice Eschilo afferma che mangiasse gli uomini sbranandoli vivi. Pseudo-Apoll odoro la descrive in modo classico, ossia come un leone con volto da donna ed ali da uccello. Fu i l simbolo della città stato di Chio e comparve sui sigilli e sul rovescio delle monete della città dal VI sec. a.C. al III sec. d.C.

La Chimera era, nella mitologia greca, un temibile mostro ala to di origine divina, che aveva, secondo alcuni testi, capo di leone, una testa di c apra sulla schiena e la coda di serpente; secondo altre aveva corpo di capra, coda di serpente o di d rago e testa di leone. Il suo nome proviene dal greco Χίμαιρα ,che letteralmente significa "capra". Fin dall’anti chità rappresenta le forze incontrollabili della terra e del mare. Nell’Iliade di Omero, la troviamo così descritta: "...Era il mostro di origine divina, di leone la testa, il pet to capra, e drago la coda; dalla bocca orrende vampe vomitava di foco: e nondimeno, col favor degl i Dei, l'eroe la spense..." (Iliade,VI, 223-226). Anche nelle opere di Virgilio, Esiodo, Platone e Fe dro, si può riscontrare tale terribile mostro. Chimera era figlia di Echidna e Tifone. Tifone era uno dei Titani, figlio di Tartaro e Gea, che cercarono di uccidere Zeus, ed era uno spaventoso m ostro con cento teste di drago, mentre Echidna, altra creatura mostruosa, era per metà donna dalla sfolgorante bellezza, e per metà un orribile serpente maculato. Tifone ed Echidna generarono anc he altri esseri mostruosi, come Cerbero, mostruoso cane gigante a tre teste, Ortro, grosso c ane bicefalo con coda serpentiforme, l’ Idra di Lerna, serpente velenosissimo a nove teste, delle q uali quella centrale era immortale (se una delle altre veniva tagliata, subito ne ricrescevano altre due), e Sfinge. Chimera viveva alle coste della Lycia, dell’attuale Turchia, dentro una caverna dov e si nutriva della carne delle persone che trovava nei paraggi. Il re di Licia Iobate affidò a Bellero fonte, mitico eroe onorato soprattutto a Corinto e in Licia, l'ardua impresa di ucciderla, nonostante tal e mostro fosse imbattibile. Con l'aiuto di Pegaso, il cavallo alato nato dal sangue della Medusa, Bellero fonte vi riuscì. Non esisteva nessuna arma in grado di uccidere il terribile mostro, ma lui ebbe successo in quanto, si racconta, ch'egli avesse infisso sulla punta della lancia un pezzo di piombo . Bellerofonte immerse la punta della sua lancia nelle fauci della belva ed il calore delle fiamme l anciate dalla Chimera sciolse il piombo che uccise l’animale soffocandolo.

Una tra le rappresentazioni artistiche più famose della Chimera è senza dubbio il bronzo denominato “ La Chimera di Arezzo ”. E’possibile che quest’opera facesse parte di un gruppo con Bellerofonte e Pegaso ma non si può escludere compl etamente l'ipotesi che si trattasse di un'offerta votiva a sé stante. Quest'ipotesi sembra essere con fermata dalla presenza di un'iscrizione sulla statua, in cui vi si legge la scritta TINSCVIL o TI NS’VIL, che significa "donata al dio Tin", supremo dio etrusco del giorno. La Chimera presenta elementi arcaici, come il tipo di criniera e il muso leonino simile a modelli greci del V secolo a. C., mentre il corpo è di una secchezza austera. Altri tratti sono invece più spiccatamente naturali stici, come l'accentuazione dell’atteggiamento drammatico e la sofisticata postura del corpo e del le zampe. Questa commistione è tipica del gusto etrusco della prima metà del IV secolo a.C. e, attr averso il confronto con leoni funerari del medesimo periodo storico, si è giunti a una datazio ne attorno al 380-360 a.C. È da osservare il particolare della criniera che riproduce abbastanza fedelmente (per l'epoca) l'aspetto naturale della fiera. E’stata rinvenuta il 15 novembre 1553 in Tos cana, precisamente nella città d'Arezzo, durante la costruzione di fortificazioni medicee alla perif eria della cittadina, fuori da Porta San Lorentino (dove oggi si trova una replica in bronzo). Venne s ubito reclamata dal granduca di Toscana Cosimo I de' Medici per la sua collezione, il quale la esp ose pubblicamente presso il Palazzo Vecchio, nella sala di Leone X. Fu poi trasferita presso il suo st udiolo di Palazzo Pitti, in cui, come riportato da Benvenuto Cellini nella sua autobiografia, "il duca ricavava grande piacere nel pulirla personalmente con attrezzi da orafo" . Dalle notizie del ritrovamento, presenti nell'Arc hivio di Arezzo, risulta che questo bronzo venne identificat o inizialmente con un leone poiché la coda, rintracciata in seguito da Giorgio Vasari, non era ancora stata trovata e fu ricomposta solo nel XVIII secolo grazie ad un restauro visibile ancora oggi. Il restauro alla coda è però errato infatti il serp ente avrebbe dovuto avventarsi minacciosamente contro Be llerofonte e non mordere un corno della testa della capra. Nel 1718 venne poi trasportata nella G alleria degli Uffizi e in seguito fu trasferita nuovamente, insieme all'Idolino e ad altri bronzi c lassici, presso il Palazzo della Crocetta, dove si trova tuttora, nell'odierno Museo archeologico di F irenze.

La figura del Grifone nasce dalle mitologie mesopotamiche, nelle quali l e creature costituite dall'unione di più animali rapaci con serpenti sono demoni o divinità dalle caratteristiche nefaste. L'archetipo del grifone è da ricercarsi nel terribile Anzû, spirito del vento di tempesta, guardiano dell'Ekur, il Tempio della Montagna, rappresentato o citato fin dal III millennio a.C. nei rilievi sumeri ritrovati presso Telloh. Tale figura si diffuse lentamente nell'immaginario di diverse popolazioni, anche per via del sincretismo che caratterizzava le religioni dell'epoca, raggiungendo l'Anatolia e, tramite la m itologia fenicia, la Grecia, non senza però differenziarsi e adattarsi al contesto culturale e mitologico. Ad esempio i grifoni della sala del tro no di Cnosso (a Creta ma di età micenea) hanno un muso d'aquila sovrastato da piume voluminose, sono privi di ali ed hanno un corpo da generico fel ino, più simile al leopardo che al leone. Nel complesso, erano abbastanza comuni nell'arte micene a. Anche nella prima età del ferro i grifoni erano rappresentati in maniera molto diversa da cas o a caso: celebri sono i due grifoni di Ascoli Satriano in marmo policromo, presumibilmente opera di un maestro della Daunia o magno greco apulo; questi sono raffigurati con grandi ali colorate e non da rapace, becco d'aquila, collo di serpente o comunque rettiliano, corpo di leone. Pre sso Atene la figura del grifone fu resa popolare anche per via della sua adozione quale simbolo da p arte dinastia persiana achemenide. Trova una forma quasi definitiva nell'immaginario collettivo greco dopo il 400 a.C. con la diffusione di due opere, Le Storie ( Ἰστορίαι , Historìai) di Erodoto di Alicarnasso (descritto c ome abitante dei monti tra gli Iperborei e gli Arimaspi, dove custodiva l' oro del Nord) e con La Storia della Persia ( Περσικά ) di Ctesia di Cnido. Il grifone, in quanto unione tra animale terrestre e animale dei cieli, è stato usato nella cristianità medievale come simbol o della doppia natura, terrestre e divina, di Gesù Cristo . (Infatti compare sovente ai lati dei portali di i ngresso di molte chiese medievali, scolpito in marmo, alabastro ecc.). Molte illustrazioni lo rapp resentano con le zampe anteriori da aquila, dotate di artigli, mentre le posteriori sono zampe da leon e. La sua testa da aquila ha orecchie molto allungate; queste sono a volte descritte come orecc hie da leone ma anche da cavallo, a volte anche piumate. Stando ad alcuni autori, la coda sarebbe c ostituita da un serpente, paragonabile a quella della chimera. Come figura araldica medioevale simb oleggia custodia e vigilanza. Inoltre poiché riunisce l'animale dominante sulla terra, il leone, con quello dominante in cielo, l'aquila, il grifon e simboleggia anche la perfezione e la potenza. Se ra ppresentato con zampe anteriori leonine, è distinto come Opinicus .

Rielaborazione del Grifone, l’ Ippogrifo deve il suo nome alle parole greche ἵππος híppos (cavallo) e γρύψ grýps (grifone). L'ippogrifo è infatti una creatura alat a, originata dall'incrocio tra un cavallo ed un grifone, con testa e ali di aquila, zampe ant eriori e petto da grifone ed il resto del corpo da cavallo. La prima descrizione letteraria dell'Ippog rifo si deve a Ludovico Ariosto: nel suo Orlando Furioso: esso è infatti la cavalcatura del mago Atl ante, soggiogato da Bradamante e poi utilizzato da Ruggero. Viene inoltre cavalcato da Astolfo fino al la Luna per recuperare il senno perduto di Orlando. Ecco come Ariosto descrive l'ippogrifo nel canto IV: “Non è finto il destrier, ma naturale, ch'una giumenta generò d'un Grifo: simile al padre avea la piuma e l'ale, li piedi anteriori, il capo e il grifo; in tutte l'altre membra parea quale era l a madre, e chiamasi ippogrifo; che nei monti Rifei vengon, ma rari, molto di là dagli aghiacciati mari ”. La figura dell'ippogrifo venne ideata dall'Ariosto basandosi sulla metafora latina di Vir gilio "incrociare grifoni con cavalli". Secondo il mito, infatti, i due animali sarebbero stati nemici naturali. L'Ippogrifo sembra essere più facile da domare rispetto ai grifoni. Nelle leggende medioeva li in cui questo animale fantastico appare, è di solito l'animale domestico di un cavaliere o un mag o. Funge da eccezionale destriero, poiché può volare veloce come un fulmine. Si dice che sia onnivoro, e che mangi sia vegetali sia animali.

La Manticora è una sorta di chimera dotata di una testa simile a quella umana, corpo di leone e coda di scorpione, in grado di scagliare spine velenose per rendere inerme la preda. A volte la manticora può possedere ali di qualche genere. Il primo a descrivere l'animale fu Ctesia di Cnido nei suoi Indikà , di cui sopravvive un riassunto nella Biblioteca del patriarca Fozio: « Ctesia parla anche del manticora, “Una bestia che si trova presso gli Indiani e che h a il volto simile a quello degli uomini. Questa bestia è grande quanto un leone e ha il colore dell a pelle di un rosso simile a quello del cinabro; ha i denti disposti su tre file, le orecchie di un uomo e gli occhi glauchi simili a quelli di un uomo. La sua coda assomiglia a quella di uno scorpione di te rra, misura più di un cubito ed è munita di un pungiglione. Nella coda, lateralmente, sono dispost i, qua e là, altri pungiglioni, oltre a quello che, come nella coda dello scorpione, si trova sulla pun ta. È con questo pungiglione che il manticora colpisce chi gli si avvicina e chiunque venga da es so ferito trova una morte sicura. Se invece qualcuno lotta con il manticora a distanza, esso, s ollevando la coda, si mette a saettare i suoi dardi , come da un arco, contro l'avversario che gli sta di fronte, oppure, voltandosi, cerca di colpirlo da dietro tendendo la sua coda in linea retta. La mant icora riesce a scagliare i suoi dardi fino a cento piedi di distanza e qualsiasi essere vivente venga da essi colpito (ad eccezione dell'elefante) trova una morte certa. I suoi pungiglioni misurano un pie de e sono spessi quanto un giunco sottilissimo”. Il termine "martichoras" significa in greco "antrop ofago", proprio per il fatto che questa bestia si nutre per lo più di uomini, oltre che di altri anim ali. Riesce a combattere anche con le unghie (oltre che con i pungiglioni). “I suoi pungiglioni” – così continua Ctesia – “dopo che sono stati lanciati crescono di nuovo (molti infatti è possibile trovar ne in India). In India ci sono molti esemplari di manticora: gli uomini li cacciano a dorso di elefan te scagliando da lì le loro frecce”. Anche Filostrato avrebbe cercato la manticora in In dia, secondo quanto racconta nella biografia romanzata di Apollonio di Tiana. Ad ogni modo, la manticora sopravvive e si moltiplica nei bestiari medioevali, spesso assunta come simbol o della tirannia e dell'invidia, o addirittura del de monio. Ne parla Brunetto Latini, e forse ha suggestionato anche Dante Alighieri, nei tratti di un mostro dell a Divina Commedia. Nei secoli successivi la ritroviamo cita ta da Topsell, Rabelais e Flaubert.

L’ Unicorno ( o Liocorno o Leocorno) viene raffigurato solitamente come cavallo bianco con un lungo corno avvolto a torciglione che gli esce dalla fronte. Do tato di caratteristiche magiche, in alcune descrizioni gli è anche attribuita una barbetta caprina, coda di leone e zo ccoli bipartiti. Una primissima rappresentazione si può r iconoscere in un profilo di animale dipinto nelle grotte preistoriche di Lascaux (Francia, Paleolitic o superiore), dotato di un corno lunghissimo sul capo e pelame sotto il muso, disegnato insieme a nu merosi altri animali della fauna glaciale. Simbolo di saggezza, nell’immaginario cristiano pot eva essere ammansito solo da una vergine (simbolo di purezza). Si pensava che se il corno fo sse stato asportato, l’animale sarebbe morto. Nella tradizione medievale il corno è detto alicorn o e ad esso era attribuita la capacità di neutralizzare i veleni. Questa proprietà venne desu nta dai resoconti di Ctesia sull’unicorno d’India i l cui corno sarebbe stato usato per fabbricare bicchi eri in grado di rendere innocui i veleni. In epoca medioevale avrà ampia diffusione il commercio di “c orna di unicorno”, proprio per la credenza di preservare dagli avvelenamenti. Ma a chi appartenev ano questi “corni”? Al lungo dente ritorto del Narvalo, alle corna dell’antilope Orix oppure a fal si ottenuti intagliando ossa di animali di diversa provenienza. Nel 1295, nell’inventario del tesoro d i Papa Bonifacio VIII, per la prima volta sono citati nella documentazione papale “ quattro corna di unicorni, lunghe e contorte (...) [utilizzati per fare l'assaggio di tutto ciò che era presentato all a mensa del papa” (anche se l’uso era già ampiamente diffuso da tempo presso varie corti di s ovrani europei). Questo animale favoloso venne anche incluso nelle prime opere di sistematica natu ralistica (che conterranno, sino alla metà del XIX secolo, accanto ad animali reali, anche molti esser i fantastici, parzialmente o del tutto mitici). Tuttavia, nel corso del secolo, l’impossibilità di trovarne degli esemplari in natura indirizzerà gli studiosi ad escluderli definitivamente dalle liste degli animali esistenti.

Una citazione particolare va fatta per una figura s ingolare che si può certamente considerare tra le più antiche in assoluto della storia dell’uomo. Si tratta del cosiddetto Stregone o Dio Cornuto: figura rupestre in parte graffita ed in parte dipi nta rinvenuta in una caverna conosciuta come il “Santua rio” a Trois- Frères, regione dell’Ariège, in Francia. La grotta prende il nome dai tre figli del conte Bé gouen che la scoprirono nel 1910. I disegni della grotta vennero diffusi con le pubblicazioni dell’Abate Henri Breuil. Sembra raffigurare un uomo abbigliato come un cervo (o, alternativamente, un essere metà uomo, metà cervo). E’databile al XIII millennio a.C. Si tratta quindi di un “teriomorfo”: fusione simbol ica di forme umane ed animali che si troveranno, in seguito, in numerose culture e civiltà umane (come abbiamo visto in prec edenza). Poteva trattarsi di uno sciamano, uno stregone o un a divinità primitiva (forse l’antesignano del “Re della Primav era” simbolo di fecondità e della rinascita della natura con il ritorno della bella stagione, presente in molte culture – ad esem pio quella Celtica, il dio Cernunno, e Germanica- ). L’immagin e viene comunemente intesa come uno sciamano che svolge un rituale propiziatorio per la caccia; tuttavia questa interpretazione non può essere provata. Secondo studi più dettagliati la fi gura risulterebbe ulteriormente composita: il corpo , parzialmente di un uomo, di un cervo o di un cavall o, la testa con occhi stranamente rotondi e becco quasi da uccello, barba fluente e corna di cervo. I noltre questa figura è posta più in alto rispetto a d una grande varietà di altri animali eseguiti con es tremo naturalismo quali cavalli, uri, bisonti, renn e, mammut, cervi ecc. con un lavoro di incisione profo ndo ma sottilissimo ed anche sovrapposti l’uno all’altro in un groviglio di linee non sempre facil mente decifrabile. Del mitico Drago ho già ampiamente trattato in un precedente articolo di Archeologando come pure del Serpente - anche attraverso tutte le sue complesse rielaborazioni cu lturali.

BIBLIOGRAFIA. Enciclopedia Europea Garzanti Storia Universale dell’Arte. Istituto Geografico de Agostini