Cina – Yunnan

YunnanRisaie

Io non amo la Cina. Il paese, nel mio immaginario, coincide con la sgradevole  sensazione di essere stipata in un bus pieno di gente. Il bus viaggia ad una velocità pazzesca.  Io voglio scendere e suono continuamente il campanello di "richiesta fermata", ma l'autista non accenna a frenare.  E forse è meglio. Ad ogni fermata che scorgo, decine, centinaia di persone sono in piedi in attesa.  So che se il bus aprisse le porte io  non riuscirei a scendere e sarei  travolta dalla folla.

Non bastano le reali meraviglia di Pechino, di Shanghai o di Xian per farmi cambiare idea.

Ma nello Yunnan, al confine con la Birmania e con la regione autonoma del Tibet, ho proprio voluto andarci.

E vi dico: è un viaggio che vale.

Se è vero che la bellezza sta negli occhi di chi guarda.....qui è impossibile non vederla.

Ed insieme alla bellezza si assapora anche la difficoltà di capire, comprendere e gestire una realtà davvero lontana da noi. Qui per una volta non è il paese che si adegua all'occidente turistico ma l'inverso. Un esempio per tutti: niente forchetta e coltello. Solo lunghe e smilze bacchette.Potete naturalmente portarvi da casa le stoviglie. La guida celermente può procurarvene di plastica....ma se vi volete cimentare un po' nell'arte gastronomica del paese, le bacchette sono un must con cui dovrete confrontarvi.

E prestate attenzione, mentre rincorrete i chicchi di riso nel piatto o lungo il bordo della scodella, alle vostre spalle. Ci sarà sempre qualche cinese divertito che vi osserva incuriosito dalla vetrina del ristorante.

Non servirà essere bruschi (come la sottoscritta) e chiedere in modo scontroso che cosa c'è di tanto interessante da guardare. Serafici rimarranno imperturbati di fronte a voi con un sorriso per nulla malizioso stampato in faccia. Vi risponderanno in cinese (od in qualunque altro loro dialetto...ne hanno una scelta vastissima,  ma assicuro che per il turista non  farà una grossa differenza sapere quale è stato usato) e non si muoveranno da lì.

Comunque, dopo vari tentativi, anche l'arte di mangiare con le bacchette non avrà segreti per voi. Scoprirete parti del vostro avambraccio che non pensavate di avere, e la capacità di muovere falangi e falangine al solo scopo di imbrigliare pezzettini di carne e spinaci dispettosi vi darà grosse soddisfazioni.  Se i primi giorni avvicinerete la scodella alla faccia in modo da accorciare quanto possibile la distanza tra la superficie del piatto e la vostra bocca....alla fine del viaggio vi esibirete baldanzosi in pesche prodigiose. Sarete pronti per mostrare agli amici in Italia la vostra capacità, ma....tranquilli.

Sarete così stufi della cucina cinese che per un po' il cibo  etnico orientale non sarà per voi per nulla allettante. Tornerete a casa e vi tufferete su pizze, agnolotti e sani brasati.

In verità la cucina sarà un neo presto superato e compensato dalle meraviglie che questa regione offre.

La capitale, Kunming, non è particolarmente bella. Guide di 10 anni fa parlavano di 3 milioni di abitanti. Oggi pare che siano saliti a 6. La Cina non scherza. Cresce incessantemente ed ha la volontà e l'orgoglio del lavoro. Se nel resto del paese l'etnia Han (la maggiore) ha l'obbligo del figlio unico, qui le minoranze etniche possono avere due figli. E non si fanno pregare a farli....

La prima parte del nostro viaggio si sviluppa verso ovest, ai confini tibeto-birmani. Esiste una città di nome Lijang, Patrimonio dell'Unesco, che vanta la visita di quasi 21 milioni di turisti in un anno.

Non è un errore di battitura. 21 milioni di turisti. Un po' più di Venezia.... Io non l'avevo mai sentita nominare, ma vi assicuro che tutto questo turismo (il 97% di questa affluenza è comunque composta da turismo interno cinese) è più che giustificato.

Nella mia mente ho sempre pensato alla Cina rurale come piccoli borghi in pietra e legno. Pareti lavorate, tetti neri che ricordano scure canne di bambù in ordine vicine l'une alle altre, striscioni rossi a fianco delle porte come simboli propiziatori di salute e benessere.

Lijang è questo, ma ancora di più. E' attraversata da piccoli canaletti sormontati da circa 300 ponticelli. Lanterne rosse ondeggiano ovunque, piccoli mulini ad acqua fanno bella mostra di sé sulle piazze ed in mezzo agli incroci.

Ma non è finita. Qui si concentrano tanti gruppi etnici che fanno bella mostra di sé e dei propri colorati e decorati costumi in ogni ora del giorno e della notte. Eh sì, perché sul calar delle tenebre tutti gli abitanti della cittadina (giovani e soprattutto meno giovani) si ritrovano nella piazza, accendono uno stereo gigante e si mettono a ballare in circolo.

È il loro modo per tenersi in forma e trascorrere le ore divertendosi.

Il risultato ai miei occhi è davvero entusiasmante.

Tutti conoscono a memoria i passi delle varie canzoni. Ritmicamente e senza sbagliare mossa si girano su se stessi, sollevano le braccia ora a destra ora a sinistra, due passi in là, mezza giravolta, e si torna indietro. Le signore più anziane, si vede, sono le più esperte. Sollevano i loro gonnelloni ricamati e lasciano svolazzare le mantelle su queste note a metà strada fra il rap e la musica nazional popolare cinese. Ci proviamo anche noi, con risultati penosi.

Questi sono andati a scuola...mica improvvisano! Ed anche se sorridono ai nostri tentativi patetici di unirci alla loro banda, muovendoci goffamente con zaini e giacconi, si vede che ci considerano dei turisti sprovveduti e grotteschi.

A proposito di musica nazional popolare....a Lijnag abbiamo assistito ad un concerto davvero pittoresco. Il teatrino della città è piccolo ma molto curato, tutto in legno. Sul palco sedie intagliate e strumenti usciti da una fiaba attendono gli esecutori. Ma la sorpresa è quando entrano gli artisti.   Il primo è accompagnato da una signorina che lo tiene sottobraccio.

E' cieco....e non può avere meno di ottant'anni.

Il maestro, penso.

Poi arrivano gli altri. Sembra una gara a chi è più anziano e tipico. Immaginatevi un raduno di  vecchi e saggi seguaci di Confucio. Candide e lunghe barbe,  baffi spioventi, zigomi segnati ed occhi  a fessura. Tutti rigorosamente con camicie di seta  lucida a lavorazioni floreali nella più rispettosa tradizione manifatturiera orientale.

Eccoli. Saranno 25...forse 30. Uno più vecchio dell'altro. Uno più bello dell'altro.

Dirvi che la musica rapisca....sarebbe disonesto. Dopo la prima mezz'ora l'istinto della fuga è fortissimo.

Ma solo guardare questo gruppetto di irriducibili, alcuni che sbadigliano (e non cercano neanche di nascondersi!) altri che socchiudono gli occhi a metà strada tra la meditazione ed il vero e proprio sonno, è davvero uno spettacolo di altri tempi. Una fiaba cinese in cui ci si lascia cullare ed in cui ci si perde nella speranza che a tanta apparenza corrisponda la blasonata saggezza orientale, oppure conoscenza di misteriose arti divinatorie, o magari pura sapienza empirica di erbe mediche e rimedi miracolosi per qualsiasi forma di malattia.

In fondo, guardandoli, si riesce anche a credere che abbiano scoperto l'elisir di lunga vita.  Ma noi occidentali siamo tagliati fuori da questi misteri iniziatici....ed è bello crederlo, guardandoli.

Risaliamo (anche di quota...fino ai 3.300 mt) e raggiungiamo Shangri-Là. Si, la città mitica di Hilton, il paradiso perduto.  In effetti il set per un'ideale ambientazione di un'esistenza idilliaca c'è. Montagne bellissime circondano la cittadina. Pascoli color senape digradano dolcemente qua e là, disseminati di yak e capre. Le case dei tibetani sono davvero belle: il legno esterno è intagliato e molto decorato. Le pareti spesse, bianche, ricordano qualcosa della solida, pratica e semplice vita di montagna.

Questa gente più che sorridere con le labbra lo fa con gli occhi, scuri, scolpiti in un viso color mogano, solcato spesso da profonde rughe, avvezzo ai climi gelidi degli inverni ed ai raggi cocenti del sole d'estate.

Sono lamaisti ed ovunque si vedono piccoli stupa con bandierine svolazzanti. Queste bandierine sono anche sui tetti delle abitazioni: sono le loro preghiere che, mosse dal vento, raggiungono Buddha anche di notte quando la gente dorme e non può pregare.

La loro fede e la loro convinzione in una reincarnazione dell'anima è ferrea, serena, inamovibile. Ha qualcosa di commovente ed al contempo di inossidabile.

Gente sana. Questo penso, guardandoli.

La seconda parte del nostro viaggio ci porta verso est, al confine con Laos e Vietnam. Ormai non riesco più a distinguere un'etnia dall'altra. I vestiti sono coloratissimi, i copricapo uno diverso dall'altro, i calzari ricamati a mano si alternano a sandali e stivali. Anche i tratti del viso si sovrappongono e mi confondono. Alcuni hanno fisionomie simili ai mongoli. Altri hanno i tratti più dolci che mi ricordano i thai. Ci sono bambini con il viso paffuto ed altri dai lineamenti perfetti in stile vietnamita. Alcuni degli uomini indossano delle specie di colbacchi, altri fumano pipe ad acqua rannicchiati negli angoli. Un universo in continuo movimento dove anche le parlate si sommano e stemperano una dentro i suoni delle altre. La nostra guida della capitale fatica a districarsi in mezzo a tutti questi dialetti. Ce lo confessa un po' sconfortato.

La cosa più spettacolare di questo posto sono però le risaie. I terrazzamenti, scavati con fatica, pazienza e sapienza dalle etnie Hani, solcano i ripidi pendii delle montagne. Dall'alto la vista ha qualcosa di irreale. Nuvole vanno e vengono alternando ai riflessi dell'acqua giochi di luce e di prospettive davvero insoliti.

Questa  sarà l'immagine che porterò nel cuore del mio viaggio in Yunnan. Insieme alla sensazione che in fondo, se esiste un posto dove tante etnie, tante religioni e lingue, tanti usi e tradizioni, possono e riescono a convivere facilmente, allora il paradiso di Hilton, la sua Shangri-là, non è del tutto perduto.

di Carol Gallo