Il mio Sri Lanka

Diario

I tre colori della bandiera dello Sri Lanka dicono molto, se non tutto, di quest'isola.
Il Verde, colore sacro dell'islam, celebra la minoranza musulmana. L'arancione rivela la presenza di una popolazione induista. Il Rosso infine, su cui campeggia un leone, è un inno alla popolazione buddista cingalese. Lo Sri Lanka, fin dalla bandiera, è un simbolo di pacifica convivenza.
La prima parola che imparo qui è il saluto. Aybohan. Lunga vita a te!
Congiungo le mani e piego leggermente la testa. Questo semplice gesto mi fa sentire  immediatamente più aggraziata.

Mi avvicina ad una popolazione che dispensa sorrisi ed auguri di vita longeva ad ogni incontro.
Le donne, in colorati ed eleganti saari, hanno splendidi, lunghissimi capelli neri ed occhi di brace su visi scuri e graziosi.
I bambini vanno a scuola in uniforme. Camicia bianca e cravatta per i maschietti. Camicia rossa e gonna bianca per le femmine. I capelli rigorosamente raccolti in due trecce. Zaini moderni in spalla.
Gli uomini che incontro lungo le strade indossano il sarong, sono scalzi. Magri.
Sono la mia immagine stereotipata dell'uomo rurale indiano. Pelle e nervi. Pochissima muscolatura.
Penso che sia l'alimentazione. Il fatto di mangiare tante verdure e riso e poche proteine. O questo caldo che per forza di cose asciuga tutto!

Cani ovunque. Il procedere del  minibus è rallentato dal dovere schivare le bestiole che dormono raggomitolate ai bordi delle strade. Oltre ad un resto multiforme che compone la vita cingalese. Ci sono vacche, polli, qualche raro mendicante, le massaie con la borsa delle spese, i commercianti, i bambini con gli zaini, i monaci e le monache. E poi ancora  bus (incredibile come possano andare avanti così malandati e così stracolmi di gente), le bici, i tre ruote, le motorette (generalmente condotte dal padre con davanti il bimbo più piccolo e dietro quello più grande, pinzato, a seguire, dalla figura della mamma che chiude la fila). Un universo multicolore che sembra miracolosamente convivere con disinvoltura e, vero miracolo, con grazia.
La guida è all'inglese. Il mio autista sorride mentre suona il clacson per ringraziare qualcuno che gli fa segno di passare. Il mio autista sorride sempre. Si chiama Indra. Lui è buddista. Dice che gli piace questa vita. Fa buone azioni per migliorare il proprio karma. Si è più buoni ora per reincarnarsi meglio nella prossima vita.

Mentre lo ascolto penso che sarebbe bello essere come lui. Sì, anche una volta rientrati dal viaggio. Sorridere come abitudine. Fare buone azioni in previsione di una vita nuova. Avere la convinzione che questa esistenza stia andando esattamente come è scritto che debba andare. E tutto ciò sia meraviglioso in ogni modo.
Ma sono stanca dal viaggio in aereo. Gli occhi mi si chiudono. E seppur mi sforzi di non perdere alcuna delle prime immagini del paese, cedo e sonnecchio fino all'arrivo in hotel ad Habarana.

Il lodge è splendido. Lo zampino degli inglesi è evidente sin dalla cura del prato, estesissimo e punteggiato da alberi enormi. Legno ovunque, pareti bianche, poltrone in legno di tek con grossi cuscini beige. Gli uccelli urlano (sì, urlano) dal folto delle chiome degli alberi. Tutto il resto tace.

I primi giorni in Sri Lanka li trascorro nella parte più a nord del paese. Visito le antiche città.
La prima, Anuradaphura, è antichissima. Pagode grandi e bianche insieme ad enormi statue di un Buddha impegnato a meditare spuntano qua è la dal folto di una foresta impressionante. L'aria è umida. Qui ad Anuradapura vengo per vedere la pianta sacra del Bo. Il Buddha, meditò alla sua ombra per molti giorni fino a raggiungere l'illuminazione ed ora migliaia di buddisti fanno altrettanto, tenacemente volti al traguardo finale del nirvana.
Compro dei fiori di loto da lasciare di fronte a qualche statua. Indra mi spiega che si fanno tre offerte nel tempio. L'olio di cocco che brucia in piccoli lumini, rappresenta ovviamente la luce. L'incenso la pace interiore. Il fiore di loto, che muore presto, rappresenta la vita.
I buddisti sono molto legati alla simbologia ed all'astrologia. Si fanno predire il futuro sia periodicamente che in particolari occasioni della vita. È il maestro, l'astrologo, che ti dice in che giorno devi sposarti, l'iniziale del nome di tuo figlio, che offerte fare ed a chi per migliorare il tuo karma.
Un monaco mi lega un pezzo di cotone bianco al polso e, così mi assicurano, prega Buddha affinché il mio viaggio sia sereno. Attorno a me tante altre persone aspettano lo stesso braccialetto. Ognuna con nel cuore un desiderio.

Del vecchio palazzo reale resta poco. Come di tutta l'antica città. Si intuisce però quanto sia stata estesa ed importante. Di fronte agli ingressi dei tempi si ritrova spesso la "metà della luna". È una pietra semicircolare composta da semicerchi concentrici. Il più esterno è un groviglio di lingue di fuoco. Questa è la vita terrena. Il semicerchio successivo è formato da un elefante (la nascita), un cavallo (la vecchiaia), un leone (la malattia) ed una vacca (la morte). E poi di nuovo nello stesso ordine. Questo è il ciclo delle vite a cui siamo destinati.
Quindi è la volta dei fiori di loto, sacri al Buddha ed a quello delle papere, uno dei semicerchi più interni. Questo simbolo è importante perché rappresenta la conoscenza. Le papere distinguono tra il latte e l'acqua e scelgono il latte. L'uomo dovrebbe arrivare allo stadio della conoscenza per poi interrompere finalmente il ciclo delle nascite e, raggiunta la consapevolezza, arrivare al Nirvana.
Gli intarsi hanno 2000 anni......  sono affascinanti.

Il Buddismo permea tutta la vita dei cingalesi. La leggenda narra che sia stato introdotto in Sri Lanka proprio a Mindale, la mia tappa successiva.
Tira un gran vento. Scimmie ovunque.
Ti guardano come se stessero per saltarti addosso da un momento all'altro. Proseguo veloce.
Mi arrampico sulla roccia scivolando ed attaccandomi al corrimano. Gli scalini appena accennati sono logori e sdrucciolevoli. Ma una volta in cima a questo enorme pietrone il panorama è esaltante.
La guida mi parla di Theravada e Mahayana...ma quello che maggiormente assorbe la mia attenzione è la foresta ai miei piedi, con i tanti piccoli laghi seminati lungo la linea dell'orizzonte.
La guida continua a parlare dello Sri Lanka come il custode della dottrina più pura. Pare che gli studiosi cingalesi siano i migliori interpreti dei testi sacri più antichi, quelli scritti in Pali, scrittura ancora anteriore al Sanscrito.

Anche qui a Mindale c'è stato un re. Altri scalini per vedere una bella piscina intagliata nella roccia. Siamo in alto e l'acqua di questo bacino una volta, cadendo, andava a servire il refettorio sottostante, altre piscine, e finire quindi, attraverso la bocca di una statua a forma di leone, nell'ingresso principale. L'acqua è verdissima. Considerato il caldo verrebbe voglia di bagnarsi. Ma quando realizzo che questo pensiero è condiviso dalle scimmie attorno lascio stare e scendo.

I paesi che attraverso per rientrare in hotel non hanno un centro vero e proprio. Sono agglomerati di casine che affacciano lungo la strada. Del resto osservando la foresta alle spalle si intuisce facilmente che inoltrarsi troppo in questo verde abbagliante possa essere pericoloso. Gli elefanti in libertà sono sì vegetariani, ma data la loro mole se si incontrano nella foresta allo stato brado la velocità con cui gli si cede il passo è decisamente rilevante. E poi ci sono i leopardi, i serpenti, gli alligatori....

La sera Indra mi porta in una di queste casine per un massaggio Ayurvedico. Una ragazza dal viso dolce e con un gran pancione pronto a regalare un nuovo buddista a questo mondo, mi unge di olii dal sapore amaro. Per un'ora mi delizio sotto le sue esperte mani prima  di venire infornata.
Il termine rende appieno l'idea. Una volta che il corpo è stato ben massaggiato e spalmato con questi olii curativi bisogna far sì che penetrino a fondo. Così  mi ritrovo sdraiata in una specie di sarcofago di legno con solo la testa fuori. La griglia di legno su cui sono distesa permette che l'acqua in ebollizione 20 cm sotto, ricca di erbe e di altri olii, ammorbidisca la pelle con l'effetto sauna, aiuti l'olio a penetrare e rilasci altre proprietà curative.
Esco camminando ad un metro da terra. Il sonno non si fa attendere.

Sigyria è una Rocca favolosa. La si distingue da km di distanza e  pare un molare piantato nella foresta. Indra mi spiega che devo raggiungere la sommità dove una volta c'era un bellissimo palazzo di un re parricida che, una volta commesso il delitto si era ritirato a vita privata qui con 500 concubine.
L'Unesco fa del suo meglio per mantenere i giardini e le antiche piscine ai piedi della rocca in perfetto stato d'ordine ed ovunque ci sono giardinieri che tagliano, aggiustano, puliscono, lottano contro questa jungla che giornalmente tenta di impossessarsi nuovamente degli spazi tolti.
Inizio pazientemente la salita senza prestare attenzione alla meta finale e venire dissuasa troppo in fretta. Ma prima della metà del mio cammino vengo ripagata da uno spettacolo davvero inusuale. Alla fine di una scala a chiocciola di ferro ancorata (spero saldamente) alla parete perpendicolare della roccia, vedo degli affreschi. Sono donne, circa una ventina, con i seni scoperti e agghindate con gioielli ed acconciature complesse.
Dovevano essere le concubine del re. Poi il regno è andato in rovina, tanto andirivieni, forse anche di monaci che non gradivano queste esternazioni di beltà femminile, fatto sta che questi affreschi dovevano essere molti di più, ma nelle parti della parete più comode da raggiungere senza questa scala artificiale, le immagini sono state distrutte.
Dove sono io ora in tempi passati non è stato operato alcun danno e le immagini, ben conservate e dai colori vividissimi, stanno lì, testimoni di una storia fiabesca di amori e di morte.
Proseguo fino all'ultimo terrazzamento. Due enormi zampe di leone di pietra incorniciano la scala per raggiungere la sommità. Una volta questa statua era immensa. Si entrava dai piedi del leone e si usciva dalla bocca in cima. Oggi della statua restano solo gli arti inferiori. Questa è la parte più pesante della salita, tanto più che gli scalini non sono in legno ma sono in ferro. La struttura metallica sembra solida, ma si scivola e gli scalini sono stretti. Tira un gran vento e questo aiuta un po' nella scalata. Mi accompagna un vecchietto magro che mentre cammina davanti a me trova ancora il fiato di spiegare la storia del posto. Io però non ho la forza di seguire le sue parole.
Lo strapiombo sotto di me catalizza tutta la mia attenzione. Smetto di guardare giù per evitare le vertigini, ma guardando su vengo presa dallo scoramento. Mi fermo un momento con la scusa della foto. Ultima rampa e poi la vetta. Il panorama solo meritava la faticaccia. E' realmente spettacolare.

Nel pomeriggio andiamo a Polonnaruwa, la seconda capitale dello stato e quindi visitiamo un sito che mi riporta ad un pezzo della nostra storia moderna di cui non si può fare altro che provare rabbia e vergogna.
Cinque enormi statue del Buddha intagliate nella roccia. Una statua lo rappresenta sdraiato, morto. Una in meditazione. Un'altra con la mano tesa verticalmente, simbolo di insegnamento. Questi Buddha mi richiamano alla mente quelli altrettanto belli fatti saltare dai talebani in Afganistan.
Quanta lordura al mondo e quanto poco rispetto concediamo l'un l'altro.

La cosa che più mi affascina di questo paese è il continuo mescolarsi dei credi religiosi.
L'Adam's Peak è una montagna sacra, meta di pellegrinaggi di Mussulmani, secondo il cui credo qui si trova un'orma sacra di Adamo, per gli Induisti, che qui pregano Shiva e per i Buddisti, anche loro legati alla tradizione di un'orma, ma del Buddha.

La stessa cosa vale per Dambulla. Ti inerpichi sulle ordinarie (ahimè, in questo viaggio davvero sono all'ordine del giorno) scalinate, per entrare scalzo in un tempio sacro dove induisti e buddisti si mescolano e portano fiori, chiedono benedizioni, sfamano scimmie, pregano.
Il tempio di Dambulla è scavato nella roccia. Ci sono molte statue del Buddha e di suoi discepoli. Il tutto nell'oscurità della caverna, completamente dipinta con immagini di quasi 1000 anni.
E' inevitabile sentirsi intimoriti di fronte a questi giganti dallo sguardo indifferente ed al contempo benevolo.

Il pomeriggio lasciamo da parte la spiritualità e ci dedichiamo ad affari più pratici.
Indra mi porta nella casa di una famiglia che lavora le noci di cocco. Mi spiegano che di questo frutto non si butta nulla. Si fanno scope, corde e zerbini con la scorza esterna. Quindi con la polpa del cocco ci si sbizzarrisce tra condimento per piatti di carne e riso, una grappa imbevibile, l'olio per accendere gli stoppini nei templi, e poi ancora miele, latte.....Del guscio si ricavano scodelle e mescoli.
La signora di casa intanto prepara il curry. Da buona occidentale lo mangio regolarmente pensando che sia una pianta, un frutto, una radice o comunque qualcosa di ben definito. Scopro oggi che il Curry è invece la somma di più spezie. Cardamomo, pepe, cannella, coriandolo, cumino ed ovviamente il peperoncino, dalla cui quantità dipende la mia possibilità di avvicinarmi alla pietanza.
Qui tutto è speziatissimo. Al termine di ogni pasto, per altro buonissimo, dopo esserti scolato come niente una birra intera nel tentativo, vano, di mitigare il senso di incendio che ti pervade la bocca, hai l'impressione che le tue papille gustative non saranno mai più in grado di apprezzare una pasta al pomodoro e basilico o una pizza margherita. Eppure, per quanto mi dica che posso scegliere anche verdure e carni meno speziate, alla fine opto sempre per la loro cucina. E' realmente buona.
Dopo le spiegazioni culinarie è la volta di quelle botaniche. Giardino di spezie, con tanto di guida che elenca le varie proprietà di semi, frutti, radici e legni vari. Con queste piante puoi guarire o avvelenare. Bisogna conoscere, studiare, approfondire. Intanto mi fanno un altro massaggio che a onor del vero, è ritemprante. Unta come un'acciuga compro un po' di cremine, ben sapendo che una volta arrivata in Italia forse non le userò.
E' strano no, come quando si è all'estero si acquistino delle cose di cui si è certi non si possa fare a meno e, una volta rientrati, le stesse cose perdano valenza o diventino "troppo esotiche" per la nostra vita giornaliera.....
Qui in Sri Lanka me ne vado in giro con la testa unta di olii, mi lavo i denti con la cannella, non ho problemi a stare tutto il giorno ricoperta di creme ammorbidenti o idratanti (o chissà che altro).
Ma poi dubito che una volta rientrata vorrò fare lo stesso a Torino. Credo che il solito dentifricio e la solita cremina sciapa sostituiranno al volo questi olii profumatissimi e senza dubbio efficaci, ma solo se usati con costanza e secondo le prescrizioni del venditore.

Il mio tour intanto, fra un profumo allo zenzero ed un olio di sandalo, prosegue immerso nel verde della foresta per portarmi a Kandy. Per  i cingalesi è una città sacra perché qui è custodita una reliquia importantissima: il dente di Buddha. Indra è entusiasta quando mi parla della festa annuale che viene organizzata per portare il dente in processione. Ci sono tantissime persone, i suonatori di tamburi, i danzatori, i mangiatori di fuoco. Le famiglie affluiscono da tutto il paese per potere vedere l'elefante (l'ultimo ha fatto questo servizio per ben 22 anni, ma ora è morto) addobbato come un albero di Natale, che cammina su tappeti di lino bianco portando in groppa il baldacchino con la preziosa reliquia.
Posso solo immaginare il caos (già decisamente impegnativo nelle giornate normali) durante questa festa. Ed intanto entro nel tempio e sento già i tamburi che suonano nella sera che cala per avvertire che il dente è in mostra per la mezz'oretta quotidiana canonica. In realtà il dente non si vede. Sta nascosto dentro uno scrigno a forma di pagoda.
I tamburi hanno un che di ancestrale. Li sento dentro la pancia, mi emozionano.
Gli interni del Tempio di Kandy sono belli. Stucchi dorati, intagli, lastricati in pietra.
Passiamo velocemente davanti all'urna. Non ci possiamo fermare, non si può fotografare. Uno sguardo veloce per cedere il posto agli altri visitatori.
I fedeli sono vestiti di bianco. Una gran bella scena da osservare, tanto più al ritmo ipnotico dei tamburi.

Intanto giro un po' per il tempio fino ad arrivare alla biblioteca.
Amo i libri. Immagino la conoscenza, l'esperienza, il lavoro e la tecnica che debbano essere costati a chi li ha scritti. E non mi interessa tanto la rilegatura del libro, quanto l'idea che contenga una storia, una verità, un'idea.
Eppure questi libri attirano la mia attenzione soprattutto per la loro forma esteriore. Le pagine sono lunghissime e strette pochi centimetri. Sono foglie di palma, su cui invece che scrivere sono state incise le lettere e poi ripassate con della cera scura in modo da rendere più leggibile il testo.
Le pagine-foglia mi ricordano gli archivi che, posti in orizzontale, ti permettono di sfogliare le pagine alla ricerca di quello che ti interessa.
Ovviamente nel corso del viaggio mi farò accompagnare da Indra a comprare un libro sacro da portarmi a casa.....

La giornata tanto attesa arriva. Oggi si va a Pinnawela, a vedere gli elefanti. Questi colossi vengono accolti nel centro soprattutto se vengono trovati nella giungla con evidenti problemi di salute oppure se, troppo giovani, vengono abbandonati dai genitori o sono orfani.
Il primo elefante che vedo è una stretta al cuore. È bellissimo e cosa rara in Asia, ha due splendide zanne. Peccato che sia ceco. Qualcuno gli ha sparato, colpendolo alla testa e causandogli la cecità. Ora si trova al centro sotto custodia e seguito da medici.
Foto di rito, mancia di rito. Poi si va a vedere gli animali liberi.
Niente da fare......la libertà dona. Queste bestie sono sì nel centro, ma sono a tutti gli effetti liberi di girare in uno spazio vastissimo. È lampante che se la passano meglio rispetto al povero elefante sui cui mi hanno fatto fare la passeggiata attorno ad un lago, in catene e con l'omino che lo puntellava per farlo andare avanti.
C'è anche l'ultimo nato del centro. Ha sei mesi. Inutile spiegare l'emozione di fargli una carezza.
Dio ha avuto davvero fantasia quando si è deciso a fare il mondo. Questi pachidermi si spingono l'un l'altro, indolenti. Strappano zolle di terra ed erba con la proboscide, le sbattono per terra per pulirle e si portano l'erba pulita alla bocca. Mi sembra che abbiano quattro denti.
Ma se i grandi mangiano, i piccoli, fino a 5 anni, anche quelli senza genitori, hanno bisogno ancora del latte. Non di una scodella, per intenderci, ma di ben 35 litri di latte al giorno!!!!
Ed è ora del pasto.

By Carol Gallo