India, il subcontinente che confonde gli occhi e stimola la mente

Quando sono arrivata all'aeroporto di Delhi numerose fotografie illustravano le bellezze dell'India, dai paesaggi ai costumi delle donne, dai forti ai templi e sotto ad ogni immagine era scritto "Incredible India !": ora so perché. Definirla  incredibile è il minimo che venga in mente.
Quando ho visitato l'India per la prima volta  temevo di non essere sufficientemente preparata ad affrontare quanto avevo letto e quanto mi avevano raccontato. Del resto ogni viaggiatore vive una personalissima esperienza basata su sensibilità, condizioni fisiche e psichiche, umori del momento.

La strada che dall'aeroporto Indira Ghandi mi conduce in città è un' anteprima di cio' che mi accompagnerà per tutto il viaggio: riscio' guidati da uomini magrissimi superano a zig zag cammelli, mucche, donne che portano sul capo ceste colme di panni, bambini che corrono e auto che suonano perennemente il clacson. E in questo caos, avvolto dalla polvere , attraversa la strada, ondeggiando, un elefante bardato a festa. Un suono di tamburi mi fa voltare: un cavallo traina un calesse argentato seguito da donne avvolte in splendidi sari colorati: è un matrimonio e la sposa sta raggiungendo il futuro marito che, in qualche parte della città la sta aspettando, anche lui in compagnia della musica.
In questo delirio di suoni  e di confusione chissà se si incontreranno mai????? Ma il mio è un pensiero "occidentale" dove la vita è scandita dall'ordine delle cose.
Guardo attonita i maiali che grufolano sui marciapiedi di terra e fango dove le donne vendono i prodotti della terra disposti ordinatamente su grandi teli stesi. Gli uomini, appoggiati allo stipite dei loro negozi masticano pan (misto di foglie e noce di betel).  Un sadhu (un santone) cammina sostenendosi ad un bastone. Indossa una tunica stracciata, il suo volto ha delle striature rosso/arancione ed i capelli, unti e ispidi, sono raccolti in una lunga treccia. Il flusso va avanti compatto come un fiume in piena. Mi aspetto da un momento all'altro uno scontro, il blocco totale. Invece in questo caos cosmico tutto procede. Le auto, i riscio', le persone, gli animali stessi riescono ad inserirsi in quel breve spazio vuoto che consente loro di proseguire il viaggio senza intoppi.
Ecco, sono arrivata in India. E dal finestrino del pullman che mi porta in hotel osservo la piu' grande democrazia del mondo, il pachiderma che, secondo le previsioni dei grandi economisti, sorpasserà in pochi decenni il PIL dell'Unione Europea. Il paese che è in grado di mettere a punto brevetti informatici e lanci nello spazio e che per numero di soldati è il secondo esercito più grande al mondo.
Mi addormento frastornata, cullata dal concerto incessante dei clacson.

Il mio itinerario inizia a Delhi, la capitale dell'India, guazzabuglio di dialetti e lingue diverse, dove l'antico e il moderno viaggiano di pari passo, non solo nelle vestigia del passato per lo più di origine medioevale e di ispirazione islamica, ma anche nell'odierno stile di vita., per proseguire per il Rajastan l'anima romantica dell'India,  dominato dal grande deserto del Thar dove non ci si immagina di trovare  forti e  palazzi sontuosi appartenuti a Maharaja decaduti.
Il Rajastan è' fatto di turbanti e sari  colorati che si vedono a centinaia di metri di distanza, come papaveri nelle praterie sconfinate.  E' fatto di templi ricchi di opere d'arte e di laghi azzurri , di incantevoli giardini abitati da pavoni che si muovono con regale movimento.
In Rajastan si respira un'atmosfera antica.
Si puo' pernottare all'interno di antichi palazzi oggi trasformati in Heritage Hotels, si puo' cavalcare su elefanti dal muso dipinto e addobbati a festa per salire in cima al Forte Amber.
In queste distese desertiche sorgono tesori come il Forte Meherangarth che domina il blu intenso delle case di Jodhpur, il gigantesco forte di Jaisalmer, monumento all'antica potenza del deserto, la città caotica e congestionata di Jaipur, affascinante per gli edifici rosa; i palazzi che si specchiano sul lago Pichola a Udaipur, le haveli dello Shekhawati, un museo a cielo aperto.
Percorro il deserto fermandomi di tanto in tanto per qualche foto. La gente si avvicina, le donne con timidezza, si fanno fotografare e chiedono rupie. Sguardi tristi che contrastano fortemente con l'India proiettata nel futuro, l'India dei cervelli informatici di Bangalore, di Bolliwood , del colosso VLCC Health Care di New Delhi che negli ultimi anni ha aperto 110 cliniche Spa di lusso specializzate in diete dimagranti.
Una donna mi invita a seguirla. Percorriamo un lungo tratto nel deserto. In lontananza intravedo quella che mi indica essere la sua casa: una costruzione semicircolare fatta di canne, senza tetto. Improvvisamente accelera il passo e si stacca da me facendomi cenno di aspettare. Vedo che toglie alcuni panni stesi su un filo. Mi fa un'infinita tenerezza; quella donna che non ha piu' di vent'anni mette ordine perché arrivo io, l'ospite.
All'interno, un braciere e una catasta di coperte. Arrivano altre donne e con grande orgoglio mi fanno visitare le loro case con il braciere e la catasta di coperte.
Prima di lasciarle le abbraccio; mi sorridono e non capiscono perché ho gli occhi lucidi.

Anche questa è l'India.

Ed eccomi alla volta di Agra con il simbolo dell'amore eterno, il Taj Mahal, lungo le sponde del fiume Yamuna, mausoleo dell'imperatrice Mumtaz Mahal, dolce sposa di Shan Jahan morta nel 1630. Dire che è splendido è riduttivo. Il Taj Mahal ti prende l'anima e quando dall'ingresso, dopo aver percorso un breve tratto in mezzo ai giardini ti compare innanzi, per un attimo il respiro si ferma. Un capolavoro architettonico unico nel suo genere per la sua bellezza, secondo il poeta Rabindranath Tagore "una lacrima sul volto dell'eternità".
Il mio viaggio sta per concludersi. Non posso partire senza prima aver visitato Varanasi con i guru vestiti di bianco che fanno le abluzioni nel Gange e i gath che ospitano le pire dei morti con la mestizia serena di chi li accompagna. Alla sera la mia guida mi porta a vedere la cerimonia ganga aarti che si tiene sulle rive del fiume. E' il piu' grande e ricco cerimoniale e anche il piu' turistico ma a Varanasi gli Hindu vengono per morire o per ritrovare una nuova vita. La gente  si accalca vicino agli officianti. I suoni, la confusione, le preghiere, il forte odore di incenso mi intontiscono.
Mi siedo sui gath.  Il sussurro di Shiva si fa sentire.
Compro una candela a forma di fior di loto, l'accendo e la consegno al Gange. Chissà, magari il desiderio che ho espresso si avvererà.

E' ora di partire. Per quanto si possa leggere ed informare prima della partenza, non si è mai sufficientemente preparati ad affrontare l'impatto con questa terra.

Capire l'India non è facile. La si puo' odiare, la si puo amare.
Quel che è certo è che non la si puo' dimenticare.

di Stelvina Momo