La Libia dei Tuareg

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L'effetto è quello di una delle scene più famose di Apocalisp Now. Ma non siamo sugli elicotteri e sotto di noi non c'è il Mekong. I fuoristrada volano sulla sabbia del deserto, in formazione a ventaglio.

Peccato che il mangianastri dell'autista spari la consueta nenia locale e non la cavalcata delle Walkirie. Ma dopo 4 giorni nel deserto anche la nenia comincia a ricordare Wagner.Nessuno intorno, nessuno all'orizzonte. Solo le nostre jeep, le dune, il sole in un cielo senza nuvole. Cavalchiamo il deserto, l'autista si lancia verso la duna, la supera quasi saltando e si getta verso il basso. Le discese ardite e le risalite. Il volo prosegue, sino a quando, dopo l'ennesima duna, compare una goccia blu in mezzo al bianco assoluto. È uno degli impossibili laghetti che punteggia l'immenso deserto della Libia.

Ci si ferma, ad ammirare il miracolo dell'acqua e ad ascoltare il silenzio di questo spazio fuori dal mondo.
Poi si riprende il viaggio, verso altre dune, altra sabbia, altre oasi.
In una ci fermiamo anche per un bagno ai limiti dell'inverosimile. L'oasi è completamente abbandonata. Un intero villaggio è ormai composto solo da muri sbrecciati che lasciano scivolare lo sguardo verso un'intimità familiare che non esiste più. Le politiche del governo hanno cancellato un piccolo paese, trasferito in massa a qualche centinaio di km.
Noi ci immergiamo nell'acqua che da lontano appare meravigliosamente blu ma che da vicino assume preoccupanti colorazioni verdastre. Intorno a noi, sulla duna più alta, un gruppo di francesi tenta pateticamente di scendere con gli sci.
Les français, toujours les français. La figura degli imbecilli all'estero non è una prerogativa solo italiana. L'acqua è troppo salata e i microtagli della rasatura mattutina si fanno sentire. Una doccia con l'acqua del pozzo non risolve completamente il problema. Ma si riparte verso altra sabbia e altre dune.

Eppure il deserto libico cambia di continuo. Mutano i colori, anche per effetto del sole.
Ma si trasforma anche il paesaggio. Dalla sabbia soffice e giallastra dell'Ubari ai paesaggi lunari, tra sabbia e pietre, dell'Akakus. Desolazione, ma non è sempre stato così. Le jeep affrontano guadi immaginari dove un tempo scorrevano fiumi veri. Ed i disegni sulle rocce raccontano di un'epoca in cui la zona era ricca di vegetazione e di alcuni dei grandi animali africani.

Ora si incontrano solo mandrie di dromedari. E le jeep di chi, come noi, sta scoprendo l'altra parte del mondo.
Si rientra al campo tendato, per la doccia e l'immancabile té che accompagna il tramonto. Si chiacchiera tranquillamente, in un posto sospeso nel nulla. E chi vuole, prima di cena, sale sulla duna più vicina ad osservare, nel silenzio e nel vuoto, il repentino arrivo delle ombre.

Così come al mattino, dall'alto delle dune, si assiste nel silenzio assoluto al nascere del sole. L'unico suono è l'abbaiare di un cane magro che reclama attenzione e cibo.
Basterebbe il deserto, per giustificare un viaggio in Libia. Ma c'è molto di più.
Non Tripoli, città insignificante dove gli unici quartieri degni di nota sono quelli antichi dentro le mura e quelli costruiti dagli italiani in epoca coloniale.

Ma chi ama la storia dovrà percorrere pochi km, a est o ad ovest della capitale per ritrovarsi in ambienti solo sognati e neppure immaginati. Sabrata, ad ovest, conserva ancora parecchi ricordi e un grande teatro di epoca romana. Ma è soprattutto Leptis Magna, ad est, a lasciare stupefatti. La seconda città dell'impero romano, seppure solo una minima parte delle rovine sia stata recuperata, si presenta come un immenso parco archeologico di altissima qualità e interesse. Terme, negozi, templi, prigioni. Una gigantesca città romana appare ai nostri occhi. In attesa che gli scavi ed il recupero proseguano. Ed i nuovi accordi italo-libici dovrebbero servire anche a questo. Non solo ad esportare sulla costa libica i palazzinari italiani che hanno distrutto le nostre Riviere.

 di Augusto Grandi