LA MIA MONGOLIA

“Che ci faccio qui?”. Domanda scontata scendendo dall’aereo a Ulan Baatar. Non ci sono variabili a questo primo interrogativo che si è ripetuto costante e senza una risposta idonea e congrua per tutti i miei giorni di soggiorno nella terra di Genghis Khan.

In un secondo tempo avrei forse potuto scovare risposte. Non ne ho di convincenti, ma ho scoperto di avere, insospettato, un piacere profondo e inspiegabile nell’aver fatto questo viaggio.

Quindi, se ora chi legge aspetta da me di essere convinto a partire, non sarà soddisfatto. Ma se il lettore potesse percepire l’accelerazione del mio battito cardiaco mentre ricordo paesaggi, persone e templi, se potesse vedere le mie espressioni mentre riguardo le foto, ecco sì, allora deciderà di andare in Mongolia.

Molto mi ha stupito ed incantato in questa terra. Loro, i mongoli, hanno saputo toccare il nervo piuttosto nascosto, della mia tenerezza. I templi risparmiati dalla furia di Mao, abbandonati nell’oceano di erba della steppa, sono stati una rivelazione emozionante: un’essenza imperitura che, tenace, sopravvive. Al di là delle umane transitorie vicende, acciaio in inverni gelidi, povere mura blandite da tiepidi venti di un’estate che dura poco.

Colonna sonora il silenzio, espanso verso un orizzonte in continua fuga. Di notte stellate incombenti in cui il confine tra cielo e terra si intuiva solo dal cessar del brillio degli astri e dall’iniziare, inchiostro nero, della terra.

E dalla poesia di pensieri che nascevano e si esaurivano, alla quotidianità di un popolo sorridente, che pascola yak, rincorre bambini dalle gote rubizze e paffute, recupera agnellini, munge vacche, cavalca cercando pascoli adatti, fuma, beve e prega. Il tutto rifugiandosi la sera dentro yurte tappezzate internamente da tappeti con colori vivi, mobili e cassapanche dipinti a mano, piccole statue di Buddha presenti ai piedi di qualche letto, forme di formaggio e carne essiccata attaccati attorno alla stufa che, sempre accesa, campeggia nel centro. Ti fanno entrare, sorridono sdentati, le donne si sistemano i capelli, il capofamiglia fuma e te ne offre, i vecchi si prendono in braccio i neonati ed aspettano, come te che sei ospite, che la donna giovane versi tè e passi il bricco del latte. Un latte su cui galleggia sempre una schiuma di panna pesante, odorosa. Un inno ai tempi dei nonni in cui i nostri intestini sani potevano sostenere e sopportare tanta naturale prelibatezza.

Il giorno in cui siamo arrivati alle porte del tempio buddista abbiamo trovato il cancello chiuso con un catenaccio. Soffiava un vento pulito, schietto. Le pareti, dipinte a tinte bordeaux e arancione cupo, lasciavano intravedere ombre sghignazzanti di dei e fiori. Dietro griglie lignee si intravedevano disegni arabescati che sembravano galleggiare come le nuvole proprio sopra di noi. L’autista si è guardato attorno, ha detto di aspettare un attimo. E’ montato in auto ed è scomparso in una nuvola di polvere. Il tempo di vederlo scomparire all’orizzonte che già rientrava. Io nel frattempo avevo fatto il giro delle mura. Seguivo con i polpastrelli le asperità di legni rovinati dal freddo, cotti dal sole e intagliati da mani sapienti e da venti perenni. Dall’auto è sceso l’autista ed un ragazzotto rasato in tunica arancio, con in mano delle scarpette da calcio. Stava giocando una partita al villaggio vicino. Lo avevo interrotto, mi aveva detto con un sorriso giovane. Ma non faceva nulla, avrebbe ripreso la partita dopo, il tempo di trovare le chiavi nei jeans sotto la tunica e mi avrebbe aperto e mostrato gli interni.

Non vi svelerò la magia una volta aperto il portone scricchiolante. Dovreste vederla di persona. Forse il ragazzo monaco quando andrete voi sarà lì ad attendervi. O forse bisognerà, di nuovo, andare a recuperarlo in campetti improvvisati di calcio. La Mongolia di variabili ne regala tante, con spunti folgoranti, momenti cristallizzati nella mia memoria che ogni tanto, a tinte forti e squillanti, perforano il tempo e mi riportano lì, in mezzo al vento, in pianure infinite, a bere tè ed aspettare monaci calciatori improvvisati.

Carol Gallo

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