Le Mudra, Buddha e Mara

Lemudra

“La calma è più dinamica e potente della Pace.

La calma dona il potere di superare tutti gli ostacoli della vita.

Persino nei rapporti umani, la persona che rimane calma in ogni circostanza è invincibile”

 Paramhansa Yogananda

 

Le Mudra.

Il misterioso potere delle Mudra si perde nella stessa strutturazione evolutiva delle nostre mani. Secondo documentazioni molto antiche, provenienti dalle grandi pianure dell’India settentrionale, ancora prima delle invasioni dei barbari Indoeuropei ( secondo millennio a.C.), il potere che giace nelle nostre mani è il “canale” attraverso il quale possiamo ottenere un miglior stato di salute e benessere, maggiore energia e lucidità mentale.

Questo è il principio delle Mudra.

Differenti posizioni delle dita, rotazione dei polsi e interazioni tra la mano sinistra e destra vanno a stimolare “punti” ben precisi disegnando una “geografia” dei palmi e dei polpastrelli che rispecchia la salute degli organi interni, del sistema nervoso, dello stato mentale e della sfera emotiva.

Attraverso la pratica delle Mudra, sin dall’antichità, si cerca un accordo tra le varie parti del corpo per una maggiore integrazione, consapevolezza del Sé e conseguente benessere e pace emotiva.

L’accompagnare un nostro discorso con gesti delle braccia e delle mani e atteggiamenti mutevoli del viso ci permette di dare più incisività alle nostre argomentazioni e, spesso, a coinvolgere maggiormente coloro che ci ascoltano: IL POTERE DELLE MANI.

 “Mudra” è una parola sanscrita la cui interpretazione è tuttora molteplice.

Secondo gli studiosi del settore l’origine etimologica del vocabolo, che indica posizioni particolari delle mani, significa sigillo, segno, marchio, simbolo o gesto simbolico.

Sia nella religione buddhista che in quella induista (e loro derivazioni e affini) le Mudra sono una componente di svariati rituali e, unitamente alle posizioni delle braccia (hasta) e del viso, hanno un particolare significato nella identificazione (e raffigurazione) di molte divinità, unitamente ai loro specifici attributi.

Le Mudra sono gesti e/o posizioni simboliche adottate dai fedeli in molte religioni al fine di ottenere dei benefici sul piano fisico, spirituale o energetico.

Nella pratica dello yoga le Mudra sono impiegate a completamento di alcune posizioni (Asana) nel corso delle fasi di meditazione.

Nel buddhismo tibetano esse vengono sovente utilizzate non soltanto come posizioni statiche ma come movimenti e gestualità, anche nello svolgimento di danze rituali, che rendono più complete le tecniche di meditazione (con lo scopo finale del raggiungimento dell’illuminazione individuale).

Un altro impiego delle Mudra è durante alcune cerimonie di iniziazione.

In uno dei racconti contenuti nei Jataka (*) si narra di un bodhisattva che, vedendo una donna, fece un gesto per sapere se era sposata. La donna rispose - sempre con un gesto - che non aveva marito. E’ chiaro che il bodhisattva stava usando un linguaggio stabilito e convenzionale di gestualità eseguite con le mani. Le Mudra erano quindi espressioni di un tipo di linguaggio quotidiano, ma non solo; in seguito esse hanno trovato una loro precisa collocazione anche nella danza, in particolare nel Natya Sastra di Bharata.

 (*) I Jataka o vite anteriori del Buddha ( da Jati – vite anteriori) sono una raccolta di 547 storie di altrettante vite anteriori (bodhisattva) del Buddha storico contenute nella sezione Khuddaka Nikaya del Sutta Pitaka del Canone Buddhista Pali. La sua compilazione risale ad un lavoro di anonimi cingalesi del V secolo d.C. ( intitolata Jatakatthavannana) che trae le sue origini da una versione tramandata oralmente e risalente alla recitazione avvenuta nel corso del Primo Concilio Buddhista.

La conferma di queste narrazioni si trova conservata nei bassorilievi di Sanchi del I secolo d.C. e nelle pitture murali delle grotte di Aianta del II secolo d.C.

Si può quindi ravvisare il passaggio delle Mudra da linguaggio gestuale quotidiano a comunicazione simbolica in ambito artistico e successivamente in icona figurativa ed elemento rituale di cerimonie religiose ed esoteriche.

Grazie alle raffigurazioni di Mathura (100 a.C. – 600 d.C.) e soprattutto con le sculture della regione del Gandhara ( 100 – 400 d.C.) le Mudra diedero un grande contributi al Buddhismo Tantrico.

Nel II secolo d.C. troviamo la prima raffigurazione del Buddha storico – che sino a quel momento era stato raffigurato come ruota della legge, trono, colonna o albero – ma mai in forma antropomorfa. E’ anche il momento in cui il Buddha diventa soggetto di adorazione come individuo.

 Troviamo nell’antico testo della Gheranda Samhita 25 mudra fondamentali che dovevano garantire agli yogin il successo in questo mondo. (Il Gheranda Samhita – dal sanscrito “Raccolta di Gheranda” – è un testo Hatha Yoga scritto da Gheranda e dal suo discepolo Chandakapali datato tra il sedicesimo ed il diciassettesimo secolo: si tratta di uno dei principali trattati di yoga insieme a Hatha Yoga Pradipika e Shiva Samhita, ma di tutti e tre è il più enciclopedico).

Nell’ Hatha Yoga Pradipika sono invece elencate 10 posizioni relative alle Mudra fondamentali.

 Il testo della Gheranda Samhita è composto da 351 strofe organizzate in 7 capitoli

 Sin dai primi ritrovamenti di immagini di Buddha (dipinte, in bassorilievo, in sculture ecc.) pressoché immutato è il canone che regola la posizione del corpo (Asana) e la posizione delle mani (Mudra).

Esistono quattro posizioni basilari: in piedi, seduto, in cammino e sdraiato.

Le prime tre associate alle attività quotidiane del Buddha – insegnamento, meditazione e offerta di riparo ai discepoli -.

La quarta (sdraiato) relativa alle sue ultime ore trascorse in questa realtà, prima di raggiungere il Nirvana.

A queste quattro situazioni del corpo si associano innumerevoli posizioni che le mani ed i piedi possono assumere creando così i comportamenti (Mudra) indicanti alcuni dei temi basilari del buddhismo.

Tra le più diffuse possiamo ricordare:

  1. Posizione assisa con entrambe le mani appoggiate sul grembo, i palmi rivolti verso l’alto, la gambe incrociate, la mano destra sopra la sinistra: simboleggia la meditazione.

Vitarka o Dhammachakka. Questa Mudra ricorda la prima predicazione del Buddha; il pollice e l’indice di una mano ( Vitarka) o di entrambe le mani (Dhammachakka) si uniscono a cerchio mentre le altre dita sono tese verso l’esterno.

Abhaya mudra. La posizione è eretta, con una mano alzata. Simboleggia l’offerta di protezione del Buddha verso i suoi discepoli e seguaci con la conseguente liberazione dalla paure. Tecnicamente è la “rassicurazione”.

Invocazione della pioggia sui campi. La figura è in piedi con le braccia tese lungo i fianchi, i palmi appoggiati alle cosce.

  1. Sicuramente la Mudra più diffusa. Rappresenta il Buddha seduto che con la mano destra tocca il suolo e la sinistra appoggiata sul grembo, con il palmo rivolto verso l’alto. In maniera semplicistica si dice che è la posizione nella quale il principe Gautama Siddharta (Buddha) chiama la terra a testimone … ma a testimone di che cosa? Ciò che sta “dietro” a questa Mudra è particolarmente curioso. Forse l’episodio più importante della leggendaria vita di questa importantissima figura della storia dell’umanità.

Seduto in meditazione sotto l’albero Bodh Gaya il principe Gautama Siddharta si rifiutava di muoversi al fine di raggiungere l’illuminazione. Mara, figura estremamente complessa di divinità - possiamo così dire “diabolica” - lo tentava. A quel punto il principe toccava la terra chiedendo alla Natura ( Terra) di sostenere la propria determinazione nel raggiungere l’illuminazione. . . che in breve riuscì ad ottenere.

Quando “il Pensiero” buddhista prese piede nell’India settentrionale – divenendo in breve una “religione” che andò poi diversificandosi in varie “strade di pensiero”, esistevano già da millenni, sul territorio, molteplici religioni e culti.

Fu così che la Religione Buddhista venne a popolarsi di una pletora di creature soprannaturali retaggio di questi culti precedenti ( e che nulla avevano a che fare con il messaggio originale del Buddha).

Tra queste entità soprannaturali più o meno potenti, benevole o malevoli, Mara è unica. Innanzi tutto è uno dei primi esseri non umani a comparire nelle scritture buddhiste. E’un demone, chiamato “Signore della Morte”, compartecipe in molteplici ruoli delle storie del Buddha e dei suoi monaci.

Svariati sono i modi che raccontano la tentazione di Buddha ad opera di Mara, alcuni più essenziali ed altri arricchiti di particolari fantastici.

Una narrazione molto interessante è quella che presento nel testo seguente:
"Come Siddhartha Gautama, si sedette in meditazione, Mara portò le sue figlie più belle per sedurre il Siddhartha. Il Siddhartha, tuttavia, rimase in meditazione. Successivamente Mara inviò vasti eserciti di mostri per attaccarlo. Eppure il Siddhartha sedette immobile e incontaminato.

Mara sosteneva che la sede di illuminazione, appartenesse a lui e non al Siddhartha mortale. I mostruosi soldati di Mara gridarono insieme: "Noi siamo la tua testimonianza!" Mara ha sfidato il Siddhartha, chi parlerà per te?

A questo punto il Siddhartha stese la mano destra per toccare la terra e la terra stessa parlò: "Io ti porto testimonianza" Mara così scomparve. E come la stella del mattino che si alzò nel cielo, il Siddhartha Gautama realizzato l'illuminazione e divenne un Buddha".

Le origini di Mara.

Mara ha avuto più di un precedente nella mitologia pre-buddhista. Potrebbe essere una divinità addirittura pre-Indoeuropea.

In " Riflessioni su Mara ", Zenn, Lynn Jnana afferma che questa figura responsabile del male e della morte si trova nelle tradizioni mitologiche dei testi vedici brahmanici e anche nelle tradizioni non-brahamaniche. Quindi quasi tutte le tradizioni religiose indiane hanno avuto un’entità simile, se non uguale, a Mara e ai suoi miti.

Nella mitologia vedica esisteva la figura demoniaca di Namuci, “l’apportatore di siccità” le cui caratteristiche ne fanno un antesignano di Mara.
Nel Canone Pali Namuci è ben individuato con le sue capacità distruttive ma, a poco a poco, nei primi testi buddhisti, è trasformato in Mara, il dio della Morte. Nella demonologia vedica la figura di Namuci, con le sua associazione di morte a causa della siccità, è stata ripresa e utilizzata per costruire il simbolo di Mara, che, trattenendo il monsone e oscurando la ricerca della verità, minaccia costantemente il benessere dell’umanità.

Seppure evidenti possono essere le analogie tra il Satana del mondo Mediterraneo e Mara, sono presenti pure differenze significative; innanzitutto la concezione del “Male” è concepita dai buddhisti in modo assai differente dal nostro.

Satana è il signore dell’inferno mentre Mara è il sovrano del sesto cielo del reame del desiderio del Triloka (rappresentazione allegorica della realtà adattata dall’induismo).

L’esistenza non illuminata dell’uomo visto come individuo è simboleggiata da Mara.

In sostanza il regno di Mara è l’intera esistenza immersa nel Samsara. (*)

Mara satura ogni aspetto della vita: solo il Nirvana gli è precluso.
Usa tranelli, camuffamenti materiali e spirituali, minacce, manifestazioni tremende e orripilanti per creare paura, insicurezza e confusione. Possiede le persone: il suo mezzo più efficace è una realtà piena di angoscia e tensione, timore di siccità o carestia, malattie o guerre.

Il suo laccio si stringe concretizzandosi su desideri inappagati o paure esistenziali e così il suo dominio si espande incontrastato su tutti.

 (*) Samsara dal sanscrito “scorrere insieme”. Nelle religioni indiane indica la dottrina relativa al ciclo della vita, morte e rinascita. E’ pure utilizzato nel significato di “Oceano dell’esistenza”: la vita terrena, il mondo materiale intriso di sofferenza e dolore. La visione del Samsara è però solo un miraggio in quanto il mondo in cui viviamo non è che un’illusione. Immerso in questa pseudo realtà l’individuo è afflitto da una visione inadeguata della vita terrena e di quella ultraterrena: questa “non conoscenza” costringe l’uomo a dibattersi nel Samsara attraverso una serie infinita di reincarnazioni.

Un’altra interessante narrazione della “Tentazione di Buddha” molto particolare narra che Mara si presenta come tre entità differenti. La prima è Kama (la lussuria) e porta con sé le sue tre figlie chiamate Desiderio, Appagamento e Rimorso. Nel momento in cui Kama si rese conto che non avrebbe distratto Siddharta si trasformò in Mara, Signore della Morte, chiamando a sé un esercito di demoni.

Neppure queste schiere demoniache riuscirono a distogliere Buddha dai suoi intenti ( alla sua presenza tutti i demoni si trasformarono in fiori).

A questo punto Mara divenne il Dharma (*) e disse a Siddharta che il mondo richiedeva la sua attenzione.

Fu in quel momento che Buddha toccò la Terra chiamandola a sua testimonianza ed aiuto e la Terra disse – Ecco il mio figlio prediletto che, attraverso innumerevoli vite, non è più qui ora – e Buddha raggiunse così l’illuminazione sconfiggendo Mara.

 (*) Dharma deriva dal sanscrito “dhr” e si può tradurre in svariati modi: fondamento della realtà – obbligo morale – come le cose sono – come le cose dovrebbero essere – giusto – verità.

Ma come possiamo “inquadrare” Mara ai giorni nostri?

La Paura innanzi tutto, la paura di qualsiasi cosa che ci destabilizza; la paura di cose che potranno accadere – ma che poi, magari, non si verificheranno mai.

O anche il timore di inevitabili sofferenze che, prima o poi, si pareranno innanzi a noi.

Mara è la paura – la paura non è quasi mai costruttiva!

L’aggrapparsi a tutto ciò che noi vogliamo essere reale e permanente, piuttosto che l’affrontare la nostra realtà dove tutto è transitorio e contingente.

L’irresistibile sollecitazione a possedere, il potere sugli altri, le paralizzanti ossessività nevrotiche … modi anche questi di diventare “preda” di Mara.

 

Enciclopedia Europea Garzanti

La Civiltà della Valle dell’Indo - Gabriel Mandel – SugarCo Edizioni 1975

Tibet – Maria Antonia Sironi Diemberger – Edizioni White Star

India – Ciro Lo Muzio, Marco Ferrandi – Edizioni Electa 2008