Le pietre del fulmine

Nell’Antica Roma le pietre cuneiformi ritrovate nei campi dai contadini erano ritenute di origine celeste, strettamente correlate ai fulmini. Venivano chiamate cerauniae ( greco keraunos = folgore ) e quindi legate al dio Zeus-Giove in quanto, sempre secondo le credenze romane, erano l’effetto materiale delle saette scagliate dal dio sulla terra.

Già nel mondo Etrusco esistevano tre caste sacerdotali che erano specializzate nella divinazione (interpretazione dei messaggi divini) in base ai visceri degli animali, al volo degli uccelli e alla forma e caduta dei fulmini.

E’ ragionevolmente accettabile pensare che la ricerca di queste pietre si perda quindi almeno nella cultura etrusca, se non addirittura in epoche precedenti.

In molte aree della parte centrale e meridionale del Piemonte sono state ritrovate, nel corso del tempo, strane pietre levigate (perlopiù di variazioni del colore verde) con un lato appuntito e l’altro piatto. Ancora ai nostri tempi i contadini le chiamano “Preie del Tron” ossia le pietre del tuono.

Come si vede la tradizione della Roma antica non é andata perduta, ma si riverbera attraverso i secoli.

Quindi, secondo queste antiche tradizioni, la luce e l’energia del fulmine che si scaricava nel terreno si “condensava” in queste strane pietre verdi: le sfolgorine.

Ancora nel secolo XVIII i contadini che la trovavano provvedevano a custodirla come un talismano in casa: all’approssimarsi dei temporali, quando il cielo diventava greve di nuvole tempestose, un abitante della cascina, (sovente un ragazzino o una ragazzina) prendeva la sfolgorina e la gettava nel cortile (per poi recuperarla a fine temporale): la credenza era che in questo modo l’abitazione sarebbe stata protetta dallo scaricarsi rovinoso delle folgori.

Plinio il Vecchio scrive nella sua Naturalis historia che questa strana pietra “imprigiona il bagliore delle stelle, è in sé cristallina, ma di splendore ceruleo”.

Nella cultura dotta romana si distinguevano anche pietre similari ma con colorazioni diverse, anche nere o rosse e, ancora Plinio, parla di una varietà rarissima cercata dai Magi per fini esoterici e dai poteri straordinari …. Forse si stava già, a poco a poco, concretizzando il mito della “Pietra Filosofale” ?

Alle cerauniae si ascrivevano anche la pietra del tuono (brontea) e la pietra della pioggia (ombria).

Come prima già detto questa tradizione proseguì attraverso il medioevo rivestendosi di ulteriori magici attributi.

Il geologo e naturalista torinese Bartolomeo Gastaldi (1818-1879) si dedicò allo studio di questi reperti che, piuttosto numerosi, sono stati ritrovati in Piemonte.

Egli scrive che queste pietre in forma di accetta, ritrovate nelle Langhe, sono chiamate folgorine come pure cou de losn (cote del lampo) e il nome “cote” si deve in quanto utilizzate per affilare le falci.

In realtà queste strane pietre erano null’altro che strumenti levigati dall’uomo Neolitico di uso comune (asce, raschiatoi, coltelli ecc.).

Ricavati perlopiù dalla lavorazione di serpentini, gaideiti e nefriti ( rocce dure ma ben lavorabili, a grana fine, modellabili sino ad ottenere le forme volute).

A seconda di varie zone dell’Europa occidentale (forse già dal tempo dei Romani e degli Etruschi) le pietre del tuono erano incorporate nelle fondamenta delle case o murate sui tetti per allontanare gli effetti devastanti dei fulmini, come pure il malocchio o, più in generale, ogni tipo di incidente, malattia ecc.

Le più piccole furono anche impiegate come ciondoli o più semplicemente portate nelle tasche degli abiti per gli stessi motivi.

 

Durante scavi effettuati nei pressi di Alba nel 1878 l’ingegner Giovanni Battista Traverso ritrovò numerose pietre verdi, da levigate ad appena sbozzate, insieme ad altro materiale tipico di un insediamento preistorico: pezzi di ossa di animali, carbonella e ceneri ecc. Si trattava di quella che in seguito fu denominata “Stazione Neolitica di Alba” : un sito ritenuto dagli studiosi del settore tra i più notevoli di tutta l’Italia settentrionale.

Il Traverso continuò nelle sue ricerche collezionando oltre cinquecento di questi oggetti terminati o ancora in fase di completamento .

Nel cuneese e nelle Langhe le pietre del fulmine si riferiscono solo a manufatti di pietra verde.

Ma questa tradizione è presente anche in varie altre aree del mondo.

In Sardegna erano chiamate Pedra de lu trono, Ascia de tronu o Pedra de rasu.

In Olanda Donderbeitels.

In Inghilterra Thunderbots.

In Germania Donnerkeile o Thorskeile.

In Francia Coins de foudre, Pierres de tonnerres.

 

Ma con altri nomi di attinente significato si rivestivano di valenze magiche anche in varie regioni asiatiche ( Birmania, Giappone, Cina ecc.) e nell’Africa Settentrionale e Centrale.

Con l’avvento di maggiori studi e conoscenze scientifiche le pietre del tuono perdono il loro significato magico e vengono collocate nei musei e studiate per ciò che in realtà sono: manufatti sul difficile percorso dell’uomo al fine di perpetuarsi attraverso le generazioni (non solo adattandosi all’ambiente circostante, ma antropomorfizzando l’ambiente stesso alle sue esigenze).

Nel corso del novecento i ragazzini si avventuravano nei campi, dopo violenti temporali, alla ricerca dei cou de losn e, molto molto difficilmente, riuscivano a trovarli.

 

In realtà, quando i fulmini cadono sulla terra, si creano formazioni molto particolari a seconda della composizione delle rocce e del terreno.

Sulle rocce si tratta di croste vetrificate usualmente di piccola estensione (qualche cm di diametro).

Sulla sabbia (deserti e spiagge con una composizione prevalentemente silicea ) possono formarsi per fusione forme cilindriche ramificate (diametro dai 3 ai 5 cm.) di sostanza vetrosa amorfa. A volte possono assumere anche forme a spirale. In rari casi assumono anche dimensioni eccezionali come quella dell’immagine. I colori variano ovviamente dalle impurità minerali presenti nella sabbia (marroni, nere, bianche ecc.). Queste strutture tubolari possono anche ramificarsi nel sottosuolo per diversi metri, seguendo le linee energetiche di scarico del fulmine nel terreno.

Se ne sono trovate anche lunghe più di venti metri.

 

Quaderni dell’Erca di Nizza Monferrato – Anno 2001

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Le Divinità del Vino – pietre e magia contadina – Museo Regionale di Scienza Naturali di Torino – Anno 2009

 

Ricerche personali presso il Museo di Antichità ( o Archeologico) di Torino.