Sri Lanka

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Riordino le idee su questo viaggio e mi accorgo che tante immagini, suoni, profumi, paesaggi lo hanno affollato, accavallandosi in un'alternanza continua densa di colori e sapori.

Cibo speziato, caldo afoso, una natura che sembra escludere l'attività umana, esaltante ed al contempo inviolabile, una popolazione sorridente e gentile, una marea di Buddha nascosti in caverne ed anfratti. Questo è stato per me lo Sri Lanka. Da Colombo, capitale caotica ed inquinata (ma quale non lo è in Oriente?) si lascia subito la costa per penetrare nel cuore dell'isola. L'autista è buddista e sorride. Solito cliché, penso. Ma poi inizia a parlarmi della sua famiglia. Di sua moglie, che non gli assomiglia, perché non è soddisfatta di questa esistenza e si augura di non ritornarci, ....in una nuova vita. E lui invece, bonario e gentile, mentre sbuccia l'ennesima banana e la ingurgita, mi dice che non vede l'ora di provare la sua prossima esistenza reincarnato.

...chissà che sorpresa sarà? Del resto è tranquillo. Nel corso di questa esistenza ha ottemperato a tutti i precetti necessari a garantirsi una rinascita con un buon Karma. Ha insomma vissuto con un'intensità ed una saggezza sufficiente a fare della sua esistenza una "vita" e quindi sorride al pensiero della fine. Grandioso, penso, sciolta nell'afa del nostro pulmino.

Intanto sfilano villaggi e villaggetti. Cani, bambini, polli, casupole con tetti di paglia. Appena oltre le abitazioni una natura selvaggia, incombente. Qui non esistono case all'interno della foresta. La gente avrebbe paura di venire calpestata nel cuore della notte da branchi di elefanti selvatici. Qui la vita è lungo la strada. Come in tutto l'Oriente.

Continuo ad osservare. E più lo faccio più mi accorgo che, nel mio immaginario orientale, qualcosa non torna. Solo più tardi realizzo che questo paese è, al di là di ogni ragionevole supposizione, pulito ed ordinato. I prati delle case sono tagliati quasi all'inglese. Gli sterrati ben battuti. I cani (brutti e randagi come sempre) non sono macilenti, ma nutriti. Sfoggiano quasi una certa baldanza. Mi viene in mente "una piccola India in miniatura" ma più pulita.

L'Oriente non mi ammalia, lo ammetto. Ma ammetto anche che qui c'è qualcosa di assolutamente piacevole. Ti salutano con un laconico "Ayboan" e piegano la testa unendo le mani all'altezza del petto. Per me che arrivo da un Occidente brutale e sbrigativo si tratta di una riconciliazione con il genere umano.  I miei cenni di assenso sembrano inadeguati. Bisogna assolutamente fermarsi, sorridere a propria volta, guardare negli occhi, ricambiare.

E' il tuo stesso fisico che ti impone un ritmo differente. E non è solo l'afa ad obbligarti a rallentare. Tutto attorno a te è lento. Le acque del fiume, gli elefanti che si immergono nelle sue acque, i monaci che sgranano rosai, le donne che raccolgono il tè, i bambini che ti guardano timidi da dietro le porte. Non si tratta di lassismo o di pigrizia. Si tratta di equilibrio, di ponderatezza, di prassi consolidata volta a dare alla vita un ritmo naturale che ormai da noi si è perso.

Il lodge in cui soggiorno ad Anuradapura (tranquilli, dopo il secondo giorno si pronuncia con scioltezza), è davvero spettacolare. Acri di terreno perfettamente coltivato a prato all'inglese con maestosi alberi. Scoiattoli che saltellano tra l'erba, suoni di volatili vari dal folto del fogliame, qualche iguana sonnolente appostata sui muretti a bordo piscina, camere ampie e decorate con legno di tek e tessuti color ambra. Su tutto questo la voce gentile di una receptionista bellissima, modello amante asiatica di James Bond. Del resto la grazia delle donne e la flessuosità dei corpi pare che qui sia una regola.

Non posso dire, in tutta onestà, che la parte storico - archeologica di questo viaggio abbia soddisfatto appieno i miei gusti. Teniamo in ogni caso conto della mia poca competenza in materia.  Quelli di Anuradapura e di Polonnaruwa risalgono al III sec a.c. Ad un occhio poco esperto appaiono miseri e spesso in cattive condizioni di conservazione. Ciò che affascina è la storia che sta dietro a queste grandi antiche capitali. Qui ad Anuradapura (e su tutta l'isola di conseguenza) il buddismo fu portato grazie ad un virgulto del sacro albero del Bodhi, sotto il quale il Buddha aveva raggiunto l'illuminazione in India.

Poi fu la volta di una reliquia: il Dente del Buddha, tuttora conservato a Kandy....

Insomma....lo stato singalese nacque di pari passo con l'espandersi del credo buddista.

Dalle rovine delle antiche capitali passo alla parte davvero speciale del viaggio. La vita quotidiana, con i suoi templi, le sue genti. Entro scalza in uno di questi santuari buddisti dopo avere comprato all'entrata fiori di loto per il Buddha. Un monaco dice qualche preghiera per me e mi lega un filo di cotone al polso. La mia guida mi spiega che si tratta di preghiere volte ad accelerare il processo della mia anima verso il raggiungimento del Nirvana, momento in cui il ciclo di morti e rinascite a cui la mia anima, come quella di tutti, è sottoposta, si interromperà. Ed io allora diverrò luce. Accendo un po' di ceri, compro altri fiori e li lascio sull'altare........vuoi mai che sia così!

Intanto, mentre tutti pregano assorti, attorno il mondo continua ad accapigliarsi: bambini (una miriade) si rincorrono a piedi nudi, scimmie (una miriade anch'esse)  si spulciano, ti guardano con occhi sinistri, saltano da una statua all'altra, monaci e monache si inchinano e dondolano incessantemente mormorando mantra incomprensibili alle mie orecchie, venditori di noccioline mi  sorridono sdentati, giovani donne bellissime, languidamente sdraiate in fondo alla sala del tempio, si cospargono i capelli con olio di cocco.

Di rimando penso alle nostre messe, austere e silenziose. E' inutile. Il paragone con il mio mondo è più forte di me. Sarà perché sento questo tanto lontano. Sarà perché,  nonostante la gentilezza e le spiegazioni che mi vengono elargite generosamente, ho l'impressione che l'animo sereno di questa gente mi nasconda una verità per me inarrivabile. Una verità che mi garantirebbe, sono certa, la tregua dalla mia inquietudine. Una sosta nelle mie ingloriose ed infruttuose ricerche attraverso gli svariati significati della vita.

Questa serenità d'animo mi sembra venga spezzata a tavola. Tutto è molto speziato. Senza curry qui le donne neanche si avvicinano ai fornelli. In un giardino botanico vengo a sapere che il curry che io pensavo fosse una pianta (anni di certezze svaniti in un istante), è in realtà un miscuglio di spezie ed erbe ben calibrato e poi sminuzzato su pietre levigate dalle donne di casa. In base alla quantità di peperoncino il curry sarà più o meno abbordabile.

Si sale di altitudine e si arriva in mezzo a piantagioni di tè a Nuwara Elia. Il mio hotel è una vecchia costruzione inglese. Palchetto e camino in camera. Corridoi con tappeti e foto sbiadite alle pareti, testimoni del tempo in cui l'isola era il fiore all'occhiello di un'Inghilterra coloniale e feroce. D'obbligo è una tazza di the caldo che qua, dove la temperatura si sarà abbassata di almeno 15°, non può fare che piacere.

Ceno in una bellissima sala silenziosa, con camerieri in guanti bianchi che dopo cena mi propongono un whisky davanti al grandioso camino della sala centrale. Metto da parte i soliti, banali e scontati (ed in fondo ipocriti) sensi di colpa da occidentale medio e mi sprofondo in un'enorme poltrona "Old Fashion" sfogliando le foto di vecchi safari e allegre dame inglesi impegnate al trotto nelle colline adiacenti il Club.

Le donne che oggi coltivano questi campi sono di etnia tamil. Pelle scura, fisico asciutto, saari variopinti e punto disegnato sulla fronte. Discendono da un etnia del sud dell'India. Le guerriglie  che  a lungo hanno infestano questa isola altrimenti serena, hanno sempre riguardato questa minoranza Tamil ed il resto del paese.

Sapere che oggi l'isola si è liberata dal pesante fardello di tensioni, morti e scontri, ristabilisce nella mia mente un parallelo con questo mondo altrimenti sereno, mite, tollerante. Non penso che la società singalese, al di là dell'apparenza così edulcorata, sia del tutto scevra da quelli che sono i vizi che bene o male intaccano tutte le società, ma realmente ho faticato a pensare a questa gente nelle vesti di guerriglieri. E' un ruolo che non calzano bene. E' un ruolo che davvero non appartiene alla loro cultura e storia.

Per sempre lo Sri Lanka  resterà tra i miei ricordi più forti  per la sua natura ed i suoi animali. Il bellissimo parco di Yala e lo stupefacente Orfanotrofio degli Elefanti di Pinnawela. Questi pachidermi hanno smosso la parte più morbida della mia anima.

L'ultimo arrivato al centro ha 6 mesi. Si nasconde tra le gambe dei genitori. Provo ad accarezzargli la testa e sento una pelle durissima e radi peli spessi e dritti. Ciglia lunghe ed occhi quasi umani. Si tratta di pochi secondi di grazia. Il piccolo afferra il mazzetto di erba che ho in mano con la proboscide, uno sguardo ed è di nuovo in mezzo al branco.

Nel centro c'è un vecchio pachiderma cieco a causa di un colpo di fucile di un cacciatore. Un altro senza un orecchio, preda di un felino ed un terzo, senza una gamba, saltata sopra una mina. Ma la natura oltre che terribile, sa essere anche conciliante. Il piccolo dalla zampa amputata è stato accettato dal branco ed ora scende verso il fiume, per bagnarsi con il resto del gruppo.

Osservo questa sonnolenta e pigra processione. Il lento scorrere della vita e degli eventi. Lo faccio, per una volta, senza alcuna fretta.

In un'afa che intorpidisce i sensi e riappacifica con il mondo. Tanto più ora che anche questa piccola isola è finalmente in pace.

di Carol Gallo