SUDAMERICA

Da lontano le chiese Sudamericane sono tutte uguali. Almeno ai miei occhi profani. Ma queste linee nette, pulite, che si stagliano contro questi cieli tersi senza una nube, rasentano il commovente. Mura bianche, a volte ocra. Due campanili, scalinate gremite di donne con ceste, bambini, scialli, poncho, sandaletti tagliati sulla punta. Visi a cui non riesco ad attribuire l’età. Il sole degli altopiani è stato impietoso su queste pelli, e poi il gelo degli inverni deve avere dato il tocco finale. Per cui ad occhi giovani e profondamente allegri, fa da rimando una pelle solcata da rughe o tirata all’eccesso dalle intemperie. Non tutti sorridono. Ma quelli che non lo fanno con le labbra lo lasciano fare agli occhi. E tu di rimando sei obbligato a rispondere, nel modo goffo di noi occidentali che non siamo più abituati a gesti spontanei e senza troppe malizie. Noi pensiamo subito che vogliano qualcosa…e loro invece vogliono solo sorridere. Benedetto il Sudamerica!

Entrando nelle chiese non si può rimanere abbagliati dalla profusione di oro usata dai gesuiti ai tempi della conversione forzata degli Indio. Un oro che ai locali sembra interessare poco. Loro cospargono il pavimento di aghi di pino, si inginocchiano davanti ad una Madonna vestita con abiti locali, e pregano. A vedere come vivono si pensa che abbiano tanto da chiedere. Ma chissà perché, dallo sguardo di certe persone, ho più l’impressione che siano lì per ringraziare. Una famiglia al completo, mamma, papà e tre figlioletti, sta seduta di fronte alla statua della Vergine. Nulla riesce a distrarre il capofamiglia, a tu per tu con Dio, davvero concentrato in un colloquio intimo ed invidiabile. La mamma a stento trattiene i pargoli, a suon di sculacciate e minacce bonarie. Il più piccolo mi guarda oltre la spalla della mamma. I suoi occhi sono quanto di più vivo e mobile io riesca ad immaginare su questa terra. Guizzano. Ammiccano. Sorridono. Urlano la voglia di respirare e di stare al mondo. Anche la mamma ora mi guarda. Come a scusarsi perché si è ritrovata a gestire un mini-manipolo di banditi che non riesce a contenere. Non trovo il minimo segno di malizia in nessun suo gesto. E’ una bambina adulta. Inconsapevole della sua femminilità. Goffa nelle sue gonne e nei suoi scialli.

Dalla calda oscurità della chiesa alla luce esterna della piazza il passaggio è netto. Il sole ti sommerge insieme alle voci delle donne che ti vogliono vendere mais e bevande locali. Una pannocchia almeno la si deve mangiare, bollita o abbrustolita….è un inno alla pietanza locale. Ed è un ritorno all’infanzia quando era bello lasciarsi bruciare le labbra dal sale e mangiucchiare uno ad uno i chicchi polposi di questo “oro” locale, sostegno e fondamento di tutta la cucina sudamericana. E mentre anche io, seduta su uno scalino, mangio la mia pannocchia, ho quasi l’impressione che un po’ l’anima si distenda. Che non ci sia più la solita fretta che mi attanaglia, che il mondo sia più facile qui…o forse no, ma che comunque sia, la vita qui abbia gli spigoli smussati, curve morbide, dossi meno aspri.

E poi la musica. E’ una questione di sangue. Questi nascono e se ne fregano del ciuccio….vogliono i tamburi, le maracas……In Brasile basta un nulla, un rumore inconsueto o un fischio ripetuto, che nei bar tutti iniziano a tenere il tempo. Con qualunque cosa abbiano a sotto mano, cucchiaini, matite, bicchieri. E’ un gesto inconsulto,istintivo. Lo fanno mentre ti parlano. E li avete visti ballare? Non mi sembra che certi movimenti si possano insegnare. La sensualità non si compra al kilo al mercato. O ce l’hai o balli come il resto del mondo. Ma qui ce l’hanno. Non camminano, danzano. E lo fanno in modo così naturale ed inconsapevole che diventa parte della persona, del popolo, così come può diventarlo la storia dei propri avi, il proprio sangue, le proprie malattie ereditarie o genetiche.

Ma in fondo, per noi italiani, avvicinarci a questa gente, pare facile. Per molti il Sudamerica è un'Italia dall'altra parte dell'Oceano, dove si parla in veneto con la "s" alla fine delle parole. Tranne che in Brasile dove la lingua è come il genovese. Per molti di noi l'America del Sud e anche quella Centrale sono in fondo "casa". Sono estensioni lontane della Penisola, luoghi abitati da connazionali che, se non parlano più l'italiano, è solo perché hanno preferito recuperare la lingua materna, il piemontese, il ligure, il veneto, il calabrese.

Un'immagine consolatoria della nostra emigrazione che, indubbiamente, ha popolato massicciamente l'Argentina, il Brasile e, in misura più contenuta anche gli altri Paesi del sub continente. Ma un'immagine che dimentica, in tempi recenti, l'apporto ancora maggiore degli spagnoli e che, soprattutto, ignora completamente le radici, la cultura, la storia dei popoli che abitavano le Americhe prima dell'invasione degli europei.

Incas, Maya, Atzechi e le innumerevoli civiltà fiorite lungo le Ande, sulle coste, nelle foreste. Tutto passa in secondo piano di fronte all'immagine di Buenos Aires italiana, di Cordoba piemontese, dei panettoni brasiliani prodotti dal pinerolese Bauducco. Ci ricordiamo il tango, ma dimentichiamo le incredibili linee di Nazca create da una civiltà di cui sappiamo poco o nulla; pensiamo a Pelé e Maradona, ma confondiamo Machu Picchu con Tikal; ricordiamo (poco e male) Peron ma Montezuma pensiamo sia il soprannome di Montezemolo. Quanto ai popoli andini, il pensiero corre solo agli Inti Illimani, il massimo della noia
secondo il cantante italiano Roberto Vecchioni.
Inevitabile, in fondo. Perché le cose che ci sembrano più vicine, più simili, come l'America Latina, finiscono per essere quelle meno comprese. Si pensa di sapere tutto, e non si conosce nulla. Perché, sapendo tutto,
nulla si studia.

Così ogni piccola scoperta diventa, paradossalmente, una grande scoperta. Perché spiazza, sconvolge i luoghi comuni ormai assodati e sedimentati. D'altronde ciascuno ha un suo paesaggio immaginario dell'America Latina. Uno solo, in genere. Che si tratti della foresta amazzonica o di una vetta come il Cerro Torre, della Patagonia spazzata dal vento o delle lussureggianti cascate di Iguazu, degli immensi pascoli dove scorrazzano i gauchos o delle piantagioni di coca affidate agli indigeni. Difficile, soprattutto per gli italiani, comporre questo gigantesco puzzle, mettere insieme le tante caselline così diverse, arrivare ad immaginare un'America Latina unica ma variegata.

Con lingue, popolazioni, paesaggi, usanze e tradizioni che cambiano continuamente. Con culture antiche che sono sopravvissute nonostante la ferocia spagnola e portoghese e che si sono mescolate, modificando anche la cultura degli stessi invasori.

Eppure basterebbe restare in silenzio ad osservare, anche solo per qualche attimo. Gustando vini «che sono come i nostri», mangiando cibi che non sono molto diversi da quelli di casa, vedendo case che ricordano quelle delle nostre città. Per poi, sazi e soddisfatti, dimenticare tutto questo e assaporare ciò che non è di casa, ciò che rende l'America Latina affascinante, unica nel suo continuo mutamento. Ascoltare il suono delle lingue indigene, annusare i profumi portati dal vento, osservare il cielo cangiante di Ushuaia (la fin del mundo) e pensare a quello delle Galapagos all'equatore.

Perché non «è casa», quando si può fare il bagno tra leoni di mare che giocano tra le gambe del turista italiano, quando si osservano le montagne di ghiaccio che si frantumano e precipitano nel Lago Argentino a Calafate. «Non è casa» quando ci si infila con il battello sotto la cascata delle Garganta del Diablo di Iguazù o quando si passeggia tra i resti delle antiche civiltà andine di Machu Pichu.

«Non è casa», quando le balene sfiorano la prua della tua imbarcazione a pochi metri dal tuo obbiettivo o quando ci si addentra tra i nidi dei pinguini della Peninsula Valdes. L'importante è evitare il confronto. Non perdersi in assurdi paragoni tra il Partenone ed i templi atzechi, tra le Alpi e le Ande, tra il Barolo ed i vini cileni. E poi, dopo aver provato a capire, dopo aver tentato di imparare, allora si può approfittare di essere comunque in una terra dove gli italiani sono tanti, anche se non sono riusciti a conservare la lingua. Dove molti dei volti nelle grandi città sono gli stessi che si incontrano «a casa», dove i cognomi hanno un suono di famiglia.

Ma dopo, soltanto dopo.

A. Grandi