Transiberiana

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E’ nostalgia. Solo per lei vorrei tornare e masticare di nuovo acciaio e fragole di bosco. Guardare fuori dal finestrino sporco e vedere la Russia che sfila essenziale e improbabile. Mi si infila sotto il primo strato di pelle l’aria che si distende orizzontale, come una corrente che lì fuori avvolge boschi, piccoli villaggi, laghi. Accarezza creature umane ed animali, pare, accomunate in questo orizzonte netto da un unico destino.

La gente che sale e scende dal treno ha sempre qualcosa da compartire con te. Un po’ di vodka, un pezzo di salame, una storia di famiglia. Hanno occhi allungati su zigomi alti. Hanno mani cotte del freddo, scialli con i fiori e bambini che ti guardano curiosi. Tu stai lì, e loro spacchettano formaggi e frutta. Te ne offrono. Non parlano. Si vede, che non sei dei loro. Sorridono poco. Non sanno come iniziare. Non sono pratici di socialità. Conoscono solo una condivisione basica che impone, in questi isolamenti estremi, il soccorso. Soccorrono con quello che hanno. A volte semplicemente con la presenza.

Allora io dico qualche parola e sorrido. Loro si aprono, timidi, passano dal cauto al ciarliero. Le gote si arrossano, tirano fuori dalle borse foto, qualche croce. A volte piccoli amuleti. Parlano dei loro animali, di una zia che vive a Samara, un figlio che studia a Kazan. La vodka allontana le spalle dalle orecchie, appoggia le schiene contro i sedili, volge gli occhi verso un futuro che forse non arriverà, ma che pare proprio lì, a portata di mano subito fuori dal finestrino.

Quando mi parlano di posti poco turistici, autentici, ancora inviolati dal turismo di massa, il mio pensiero va a quelle donne sulle banchine che aspettano l'arrivo del treno per vendere lamponi e mirtilli. Piccoli bicchierini di plastica stracolmi,  o cartocci di giornali con stoccafissi e gamberi di fiume. Gli occhi, a volte solo quelli, sorridono. Non hanno molto da dire oltre il prezzo. Quando il treno riparte le vedi allontanarsi nella boscaglia che pare impenetrabile, per tornare in una casa. Si sono già caricate in spalla il piccolo banchetto dove appoggiavano la mercanzia. Non si voltano ed io penso: Dio Mio, con quanto poco si potrebbe vivere!

Ci sono tante storie al mondo ed ognuno ha la sua da raccontare. Le fermate della transiberiana ne raccontano alcune che il mondo occidentale non conosce quasi. Racconta di scrittori e poesie rivoluzionarie, di grandi tragedie e di immensi amori. Inanella passioni e idee obsolete. Alterna cattedrali a miniere, eleganti palazzi e baracche intagliate nel legno. Parla di un popolo grande che ai confini con la Mongolia cambia fisionomia e si fa oriente.

Semplici fiori su un davanzale, con accanto vasetti di funghi e conserve, musiche lontane, ricordi sempre vicini.

Ci sarà sempre su questo treno, qualcuno che vorrà raccontarmi la sua storia. Ed io ora ho nostalgia di tornare ad ascoltarla.