Transiberiana

002-transiberiana

8 Volte. Ho fatto il viaggio da Mosca a Vladivostok 8 lunghissime volte. Ed ognuna di queste 8 volte mi sono ritrovata a domandarmi che cosa ci facessi io lì, su un treno fatiscente, in mezzo al nulla, a bere birra calda e mangiare salame risalente probabilmente ai tempi della guerra. Poi però facevo amicizia, incontravo un sacco di gente davvero improbabile, ascoltavo racconti a dir poco irripetibili (in virtù di un residuo di educazione cattolica ricevuta e conservata), guardavo dal finestrino un susseguirsi interminabile di boschi, laghi, casine e casette, e mi ritrovavo a sognare.

Non so bene cosa mi abbia spinto a tornare più volte. Una sorta di nostalgia. Una necessità imperante di avere a che fare con uno stile di vita davvero semplice. La voglia di parlare con gente la cui curiosità nei miei confronti non era spinta da interessi ma da genuino stupore di fronte ai libri che leggevo ed alla lingua che parlavo. Tutte le persone che ho incontrato durante la transiberiana erano davvero interessate a me. Sarà che le giornate sono lunghe, sarà che il paesaggio è spesso monotono, sarà che il treno concilia la serenità d'animo sufficiente per socializzare. E mentre si è lì, a socializzare,  i russi tirano fuori bottiglie, pacchetti e pacchettini, foto di famiglia, croci e amuleti. Apparecchiano qualunque piano trovino nell'angusto spazio dello scompartimento ed una volta distribuiti i bicchierini con la vodka ti spiegano la loro vita e poi, ovviamente, vogliono sapere della tua.

Quando mi parlano di posti poco turistici, autentici, ancora inviolati dal turismo di massa, il mio pensiero va a quelle donne sulle banchine che aspettano l'arrivo del treno per vendere la propria merce. Si tratta di bicchierini di plastica stracolmi di mirtilli e fragoline di bosco. O cartocci di giornali con stoccafissi e gamberi di fiume. Sono donne dagli occhi sorridenti e dalle mani rovinate. Non dicono molte parole ed una volta venduta la loro mercanzia si caricano il banchetto sulle spalle e, pesantemente, se ne vanno, infilandosi nel fitto di una boscaglia che a me pare impenetrabile, verso le rispettive dimore. Il treno lascia la stazione ed io ingurgitando un mirtillo dietro all'altro, penso con quanto poco si possa vivere. Penso alla tragedia di certi isolamenti, alla bellezza inquietante di questi posti selvaggi.

Ci sono tante storie al mondo ed ognuno ha la sua da raccontare. Le fermate della transiberiana parlano di storie che il mondo occidentale non conosce quasi. Parla di romanzi e poesia dei tempi rivoluzionari. Parla di grandi tragedie e di immensi amori. Parla di passioni e di idee perdute. Parla di cattedrali e miniere. Di un popolo grande, che ai confini con la mongolia cambia la propria fisionomia, e si fa sempre più orientale, con zigomi alti e occhi sottili. Parla della Mongolia, una terra di popoli indomiti, che vivono ancora in tende e campano di pastorizia. La transiberiana parla di gente semplice dal destino complicato. Di musiche lontane e di ricordi sempre vicini al cuore.

Ci sarà sempre su questo treno, qualcuno che vorrà raccontarmi la sua storia. Io vorrei tornare ad ascoltarla.di Carol Gallo