Uzbekistan, nella terra di Tamerlano

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Qui "il cuore perduto dell'Asia" pulsa ancora.
Un cuore pulsante in uno spazio senza confini, dove le sabbie si sciolgono in un cielo latteo, dove i fiumi si prosciugano in valli disperate e aride, dove la gente ride, balla e si veste di mille colori sfidando il nulla che avanza da ogni confine.
Dove sia di preciso l'Uzbekistan, pochi davvero lo sanno. E' un luogo impreciso, a sud della Russia. E' un luogo che suscita inquietudine, visto che termina con il suffisso "-stan", quindi vicino all'Afganistan, vicino alla guerra, all'intolleranza, alla chiusura. Poi però, appena si nomina Samarcanda...ecco una luce improvvisa negli occhi. Ma sì, certo, Tamerlano, la via della seta.
La precisa ubicazione geografica perde di importanza e ci si lascia cullare da un'idea, anch'essa imprecisa, di viaggi lontani, di cammelli e spezie. Del tempo, impreciso anch'esso, in cui Samarcanda iniziò a diventare il grande centro per cui oggi è ricordata, resta davvero tanto. Resta la piazza Registan, considerata una delle più belle dell'intero mondo islamico a cui ci si avvicina con una sorta di timore. La reverenza è dettata, oltre che dalla maestosità e dall'imponenza del complesso, dal perfetto gioco prospettico delle sue forme, dal complicato ed equilibrato sfumare di maioliche verdi e blu, dal felice connubio tra una decorazione fine ed elegante ed un'architettura solida ed imponente.
I cortili interni, oggi trasformati in colorati bazar, sono chiusi da porticati con piccoli archi a sesto acuto. I piani superiori appaiono più fragili e disabitati, come piccole cripte inutili e preziosissime. Tamerlano, nel XIV secolo, volle questa piazza, e prima ancora questa città. Lui, di origini turche, si proclamò discendente diretto del mongolo Genghis Khan e volle celebrare la propria grandezza e quella dei suoi successori costruendo questa piazza a propria immagine e somiglianza: solida, maestosa, imponente. Esempio di questa megalomania è la vicina moschea di Bibi-Khanym, un tempo la più grande del mondo arabo, che oggi, vittima della propria mole, è parzialmente crollata.
Splendida è poco lontano la cupola del mausoleo di Tamerlano, il Gur Emir. L'enorme cupola a nervature azzurre accuratamente lavorate, termina su un finissimo nastro decorato con longilinee lettere arabe. Il tutto è affiancato da splendidi minareti in cui il verde, colore sacro dell'Islam, si alterna all'ocra dei mattoni e al blu delle maioliche dipinte con motivi floreali. I colori hanno attraversato indenni secoli di storia. E così i nomi dei loro condottieri. Dai più feroci, come Tamerlano, ai più saggi e colti, come Ulug Beg, nipote del grande condottiero, che primeggiò nelle scienze e nella sapienza astrologica, e che fu, per questo, brutalmente assassinato.

SULLA VIA DELLA SETA

E' un buon posto per stendere l'anima, si pensa arrivando. Un posto dove l'umanità sembra inopportuna. Un posto saldamente conficcato nel nulla, incastonato come una gemma rara nell'oblio di un tempo che ormai di affascinante ha solo più il nome: la via della seta. Sbagliavo. Quello che Colin Thubrom, nel suo libro definiva come "il cuore perduto dell'Asia" in realtà, pulsa ancora, eccome. E non si tratta affatto del flebile battito di un cuore morente, ma di un battito profondo, regolare. Un cuore pulsante in uno spazio senza confini, dove le sabbie si sciolgono in un cielo latteo, dove i fiumi si prosciugano in valli disperate e aride, dove la gente ride e balla, e si veste di mille colori sfidando il nulla che avanza da ogni confine.

Selvaggi occhi a mandorla si mischiano a eterei ovali incorniciati da capelli biondissimi. Imponenti e chiassose matrone con la bocca piena di denti d'oro, sfilano accanto ad altere e composte bellezze longilinee. Anziani vegliardi, ricoperti da strati di stoffe, in stivali sfondati di cuoio, stazionano davanti a moschee e mercati, mentre ragazzine impertinenti, vanitose e disarmanti ti prendono per mano esibendo un inglese quasi perfetto per proporti un 'business' nel loro negozio o al loro banchetto di cianfrusaglie. Questo guazzabuglio irreale di forme e lori e queste persone, dagli occhi furiosi e passionali, ben poco hanno da spartire con il sobrio mondo europeo e in generale con la nostra cultura. Del resto, l'Oxus, l'odierno Amu Darya, una volta fu il confine naturale oltre il quale, per i conquistatori romani, si dilatava un mondo pericoloso, ignoto e vorace. Un mondo fatto di sanguinosi gerarchi, di furiosi condottieri, di illuminati scienziati.

Ma il fragile isolamento di queste popolazioni non ha impedito che su queste terre transitassero, da sempre, a memoria di uomo, carovane ed eserciti, predatori e predati. Una storia scritta con il sangue dei vinti e con la paura di quelli che, miracolosamente rientrati in patria dopo essere stati a Khiva o a Bukhara, hanno potuto raccontare di loro, seguaci di Tamerlano, figli di un'Asia brutale e famelica. A Khiva tutto sembra ricondurre a un'unità.

Una cittadella fortificata da solide mura merlate, spezzate regolarmente da torri silenziose. All'interno solo polvere e splendori. Come i loro gioielli, tutto qua è intarsiato, decorato, cesellato. Una città improbabile, come il set di un film, dove ogni cosa sembra non volere ledere l'armonia del sistema. Nulla stona. Si cammina con il naso per aria, respirando aria secca e glorie andate, accarezzando mattonelle verdi e blu e provando colbacchi impolverati di lana karakul. Eppure, solo un paio di secoli fa, proprio in queste graziose e intricate stradine, i khan erano soliti punire i reietti strappando loro gli occhi e pulendo i coltelli insanguinati nelle loro barbe.

Ma si pregava molto, in compenso. Tante le scuole coraniche, le madrase, che si susseguono in un variopinto mosaico blu e verde. Da Khiva, con buona rassegnazione, si attraversa sotto un sole devastante il Kyzil Kum, il deserto dalle sabbie rosse, per poter approdare sfiniti all'oasi di Bukhara. Eccola, finalmente, l'Asia centrale. Polverosa e immersa nel marasma. In vicoli stretti e tortuosi impera il color ocra e il rosso sporco di centinaia di tappeti appesi ovunque. Sulle bancarelle dei mercati organizzati all'interno di caravanserragli e scuole coraniche come piccoli e delicati scheletri di relitti marini sono disposti più o meno ordinatamente opachi monili, che sembrano trasudare bellezze antiche e glorie mai morte.

Dal dedalo di viuzze si sbuca inaspettatamente sulla piazza principale di Bukhara, il Labi-Hauz. La piazza si articola intorno a una vasca, e all'ombra di gelsi antichi e tettoie colorate si anima un mondo insospettato e affascinante. Un microcosmo a rallentatore dove, ciò che realmente affascina, è la lentezza e l'armonia del movimento. Una sorta di saggezza del vivere, una pacatezza e compostezza tipici di un popolo fiero, unito alla consapevolezza, comunque, di essere unicamente nelle mani di Dio. Ecco lo spirito dell'Asia centrale, eccolo nelle rughe benevole di vegliardi con barbe bianche e camice di lino che giocano serafici a scacchi sulle panchine della piazza. Lo stesso spirito indomito dei mongoli delle steppe che si trasforma negli occhi neri e furiosi di una mamma mentre ricorre un batuffolo dagli occhi cerulei e dai capelli  nero corvino. Dalla cittadella splendida e polverosa di Bukhara si parte per Samarcanda, attraverso scenari di una bellezza autentica e incontaminata. Sulla destra una catena di montagne morbide come marzapane.

Oltre, l'Afganistan. Oltre, il diverso, il lontano. Oltre quelle montagne, una realtà non condivisa, una rigidità che fa paura anche a loro, uzbeki e tagiki, turkmeni e kirghizi. A nord l'aspetto rassicurante di campi di grano color giallo oro. Un cielo sfacciatamente blu chiude in fondo una pianura che appare senza confini.

Samarcanda. Magia di un nome. Alchimia dello spirito. Il solo pronunciarlo evoca stelle purissime in cieli blu cobalto, pellegrini con turbanti e cammelli, bauli di spezie e carovane cariche di tesori. Le aspettative non sono deluse. Andare in piazza Registan la sera è uno spettacolo inebriante. Pochi dollari di mancia e il guardiano apre i portoni attraverso i quali si accede direttamente a un'epoca andata, in un mondo incredibile, dove verde e blu si fondono in un gioco di luci e riflessi elettrizzante, dove cupole e cunicoli, arabeschi e volte confluiscono in un'unità armonica e superiore. Le stanze disposte attorno ai cortili interni ora sono negozietti di souvenir e tappeti, ma un tempo qui mullah imperturbabili, con lunghe barbe bianche e sguardi seriosi, impartivano a giovani allievi lezioni di storia e morale musulmana. Negli inverni freddi e interminabili tra queste mura si ripetevano litanie arabe e i versetti del corano erano legge di Dio e del popolo.

Questa è la patria dei Sufi, una particolare setta all'interno della religione islamica, grazie alla quale l'Islam è riuscito a resistere alla persecuzione sovietica in tutta l'area dell'Asia centrale. Questa è la patria di Nasruddin, famoso maestro e 'folle saggio' che insegnava attraverso storielle divertenti e raccoglieva attorno a se seguaci e simpatizzanti.

Qui, a Samarcanda, nacque Ulughbek, famosissimo re astronomo a cui si deve la costruzione di un immenso astrolabio per l'osservazione delle stelle. Infine questa è la patria di Tamerlano, o Timur lo zoppo, violento condottiero e uomo di scienze al contempo, le cui statue oggi si ergono sulle piazze delle città principali, al posto di quelle dei gerarchi sovietici. Grottesco modo di sostituire i tiranni recenti con quelli più antichi.

Ma i tempi cambiano. Anche in questo posto dimenticato dalla storia. E di questi nomi confusi nella benevolenza dell'oblio e avvolti dall'aura della leggenda, ora restano più che altro epitaffi e mausolei. Samarcanda è famosa proprio per una strada di tombe, conosciuta come Shahr-i-Zindah. Si tratta di un luogo sacro e meta di pellegrinaggi. Intere famiglie stazionano di fronte a questi edifici di color azzurro turchese decorati con meravigliose maioliche e intarsi verde smeraldo. Genti venute a piedi, dice la guida, da chissà quali parti dell'Asia centrale, arrancano nella calura estiva, ricoperte da scialli colorati e gioielli. Alcuni anziani si fanno strada tra la folla.

Dalle rughe sul viso delle donne si presume abbiano più di ottant'anni. Occhi a mandorla, alcuni chiari, altri neri e profondi come la notte. La pelle è scura, cotta dal sole di estati implacabili e rovinata dal freddo di inverni rigidissimi. In un nugolo di gonne colorate e foulard di seta, si aiutano sorreggendosi a fatica su bastoni improvvisati, seguendo un uomo. Questi ha il viso più giovane, anche se le mani tradiscono un'età avanzata. Cammina eretto davanti a loro, in giacca spessa e con una cupoletta in testa. Appare bonario, quasi divertito dal piccolo corteo che, silenzioso, lo segue.

Dai settecento metri di altitudine di Samarcanda, si riprende la via del ritorno, a valle, verso la capitale. Alle spalle villaggi e capre, pascoli e bambini scalzi. Si ritorna al punto di partenza, all'Occidente, o a quanto di più occidentale si possa intendere da queste parti: Tashkent. Viali ampi, secondo il più tradizionale stile sovietico. Lunghi filari di alberi e cespugli adornano strade pulitissime e drittissime. Edifici anonimi, ingentiliti solo di tanto in quanto da grate decorate con motivi floreali o ghirigori arabeggianti.

Ma è sufficiente svoltare un angolo, imboccare una stradina più appartata, per trovarsi nuovamente in Asia, nei mercati di Tashkent, i più grandi e forniti della regione. Qui, fra queste bancarelle colorate e ordinatissime, si può cercare di cogliere la reale essenza di questa terra. Si ha la sensazione che questi occhi celino, al di là di un'apparenza composta e decorosa, un animo difficilmente imbrigliabile.

Un cuore che nemmeno il regime dittatoriale passato è riuscito a domare fino in fondo, un cuore autenticamente libero che, forse, non sarà domato neanche dai nuovi evangelizzatori delle terre arabe oltre le montagne.

di Carol Gallo